– È morto a 83 anni uno dei più grandi interpreti del calcio del Novecento: figlio dell’indimenticato Valentino, seppe trasformare un’eredità quasi impossibile in una storia personale di classe, fedeltà e vittorie. Con l’Inter conquistò quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali
– Diciassette stagioni con gli stessi colori, 565 presenze e 161 reti, ma anche l’azzurro della Nazionale, il titolo europeo del 1968 e la finale mondiale di Messico ’70. Il club nerazzurro: «È stato uno dei più grandi calciatori della storia. Non solo di quella nerazzurra»
Milano (Carlo Pascarella) – Alcuni campioni appartengono a una squadra. Altri, più raramente, finiscono per appartenere alla memoria di un Paese. Sandro Mazzola era uno di questi. L’Inter fu la sua casa, il nerazzurro la sua seconda pelle, San Siro il teatro nel quale trasformò il talento in leggenda. Ma rinchiuderne la grandezza entro i confini di una sola appartenenza significherebbe raccontarne soltanto una parte.
Il calcio italiano perde uno dei suoi volti più nobili. Sandro Mazzola è morto a 83 anni, lasciando dietro di sé molto più di un palmarès straordinario. Se ne va un frammento irripetibile del Novecento sportivo italiano, un uomo che attraversò epoche diverse conservando un tratto che il tempo non riuscì mai a consumare: l’eleganza.
Ad annunciarne la scomparsa è stata proprio l’Inter, la società alla quale legò praticamente l’intera esistenza. «È stato uno dei più grandi calciatori della storia. Non solo di quella nerazzurra», ha scritto il club nel suo ricordo.
Ed è forse proprio in quel «non solo» che si racchiude il senso di una carriera e di una vita.
Mazzola non fu semplicemente uno dei simboli della Grande Inter di Helenio Herrera. Fu un interprete modernissimo del calcio quando il calcio moderno doveva ancora essere inventato del tutto: tecnica, intelligenza, rapidità di pensiero, capacità realizzativa, intuizione, sacrificio. Sapeva segnare e sapeva costruire, accelerare e aspettare, occupare lo spazio e inventarlo.
Aveva ricevuto in sorte un cognome magnifico e terribile.
Suo padre era Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino, simbolo di una squadra entrata nella mitologia nazionale e scomparsa nella tragedia di Superga il 4 maggio 1949.
Sandro aveva poco più di sei anni.
Per qualunque ragazzo sarebbe stato un dolore enorme. Per un bambino destinato a diventare calciatore significava anche crescere accanto a un fantasma gigantesco, misurarsi ogni giorno con il ricordo di un padre che l’Italia aveva trasformato in leggenda.
Eppure Sandro Mazzola riuscì nell’impresa forse più difficile: non diventò semplicemente “il figlio di Valentino”.
Diventò Sandro.
Non cancellò l’eredità paterna, non avrebbe potuto e probabilmente non avrebbe mai voluto. La portò con sé, imparando però a scrivere una storia differente, con un’altra maglia, in un’altra città, dentro un’altra epopea del calcio italiano.
L’Inter lo accolse giovanissimo e non lo lasciò più.
Il primo gol arrivò in una circostanza rimasta nella storia: Juventus-Inter del 10 giugno 1961. I nerazzurri, per protesta, schierarono la formazione giovanile e Mazzola, appena diciottenne, realizzò su rigore la rete della sua squadra.
Sembrava un episodio. Era un presagio.
Sotto la guida di Helenio Herrera, quel ragazzo divenne uno dei cardini di una formazione che avrebbe cambiato la dimensione internazionale dell’Inter.
Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peiró, Suárez, Corso: una formazione diventata filastrocca, tramandata da una generazione all’altra ben oltre il confine della tifoseria nerazzurra.
Era la Grande Inter.
Con quella squadra Mazzola conquistò l’Europa e il mondo. Nel suo palmarès restano quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Diciassette stagioni con una sola maglia raccontano però qualcosa che nessuna coppa può spiegare completamente.
Con l’Inter totalizzò 565 presenze e 161 gol secondo l’archivio del club: cifre che appartengono alla statistica, ma che restituiscono soltanto in parte il peso della sua presenza nella storia nerazzurra.
Perché Mazzola era riconoscibile prima ancora che il pallone gli arrivasse tra i piedi.
Possedeva quella qualità riservata ai grandi interpreti: un gesto apparentemente semplice diventava improvvisamente diverso quando era lui a compierlo. Non aveva bisogno dell’eccesso per dimostrare la propria classe. Gli bastavano un controllo, un cambio di passo, un movimento tra le linee, la capacità di intuire qualche istante prima degli altri dove sarebbe finita l’azione.
La sua storia, però, non appartiene soltanto all’Inter.
Appartiene alla Nazionale italiana e a una generazione che visse il calcio azzurro tra gloria e rimpianto.
Con l’Italia conquistò il Campionato Europeo del 1968 e due anni più tardi partecipò al Mondiale del Messico, quello della leggendaria semifinale Italia-Germania Ovest terminata 4-3 e della finale persa contro il Brasile di Pelé.
Quella Nazionale consegnò alla storia anche la celebre “staffetta” tra Mazzola e Gianni Rivera, i due grandi numeri dieci di un calcio diviso tra Milano nerazzurra e Milano rossonera e, allo stesso tempo, unito dal privilegio di possedere contemporaneamente due fuoriclasse di quella statura.
Rivali, simboli di appartenenze opposte, espressioni differenti dello stesso talento italiano.
Con il trascorrere degli anni, anche quella rivalità è diventata parte di un calcio che oggi sembra lontanissimo: meno globale, forse più ingenuo, certamente capace di costruire identificazioni profonde tra un giocatore, una maglia e una città.
Mazzola rappresentò precisamente questo.
Restare.
Lui trasformò la fedeltà in identità. L’Inter non fu semplicemente la società per la quale giocava: diventò il luogo della sua vita sportiva.
E quando smise di correre sul prato, non smise di appartenere al pallone.
Proseguì il proprio percorso come dirigente e direttore sportivo, continuando a mettere esperienza e conoscenza al servizio del calcio. Anche in quella veste lasciò tracce significative: tra queste, il ruolo nell’arrivo in nerazzurro di Ronaldo, il Fenomeno brasiliano destinato a infiammare San Siro alla fine degli anni Novanta.
Cambiarono generazioni, velocità, televisioni, contratti, linguaggi. Mazzola rimase Mazzola.
Negli anni successivi diventò anche una voce familiare per milioni di italiani attraverso la televisione. Il campione si trasformò nel testimone, nell’osservatore, nell’uomo capace di raccontare il calcio perché quel mondo lo aveva conosciuto dal suo interno e ai suoi livelli più alti.
Questa è la ragione per cui la sua scomparsa non riguarda soltanto chi indossa una sciarpa nerazzurra.
Piange l’Inter, certamente. Piange Milano. Ma perde qualcosa anche Torino, perché dentro Sandro continuò sempre a vivere il legame con Valentino Mazzola e con quella tragedia di Superga che aveva cambiato la sua infanzia e la storia dello sport italiano.
E lo perde soprattutto il calcio nazionale.
Un calcio che attraverso figure come Mazzola ha imparato che la grandezza non coincide necessariamente con il clamore; che si può essere simboli senza trasformarsi in personaggi costruiti; che una maglia può diventare una biografia e un cognome pesantissimo può essere onorato senza rinunciare alla propria identità.
A 83 anni se ne va dunque uno degli ultimi testimoni diretti di una stagione nella quale il calcio italiano sapeva essere insieme popolare ed epico, domenicale e universale. Gli stadi erano luoghi nei quali si costruivano appartenenze destinate a durare una vita e i campioni entravano nelle case attraverso una radio, una televisione in bianco e nero o il racconto di chi aveva avuto la fortuna di vederli giocare.
Sandro Mazzola attraversò tutto questo senza mai diventare soltanto nostalgia.
Fu figlio di un mito e seppe diventare mito a sua volta.
Fu nerazzurro fino a confondere il proprio nome con quello dell’Inter, ma abbastanza grande da oltrepassarne i colori.
È questo il privilegio concesso soltanto ai campioni autentici: arriva un momento nel quale smettono di appartenere alla squadra che li ha amati per entrare nella memoria collettiva.
Da oggi l’Inter avrà una bandiera in meno sugli spalti della vita, ma il calcio italiano conserverà una storia in più da raccontare.
Le partite finiscono, le stagioni passano e persino gli stadi cambiano volto. La classe, invece, quando riesce a diventare memoria, non conosce fischio finale.

