Caserta (Redazione) – L’artigianato continua a rappresentare una componente importante del tessuto produttivo italiano, anche se il suo peso varia sensibilmente da provincia a provincia. È quanto emerge da un’analisi dell’Area Studi e Ricerche della Cna, realizzata sulla base dei dati Istat.
A livello nazionale, le imprese artigiane costituiscono il 21,5% del totale delle attività attive. La percentuale raggiunge i valori più elevati in alcune province del Centro-Nord, con Nuoro al primo posto: qui quasi un’impresa su tre, il 31,7%, appartiene al comparto artigiano.
Sul podio anche Cuneo, con il 31,5%, e Fermo, al 31,3%. Seguono Asti, con il 31,1%, e Reggio Emilia, al 30,7%.
La situazione cambia sensibilmente nelle grandi aree metropolitane e in alcune province del Mezzogiorno. Tra le realtà con la minore presenza di imprese artigiane figurano Napoli (10,3%), Roma (12,2%), Caserta (12,8%) e Milano (15%).

Differenze che emergono anche analizzando il numero degli occupati. In Italia gli addetti delle imprese artigiane rappresentano complessivamente il 13,4% dell’occupazione. A guidare questa graduatoria è Prato, dove la quota raggiunge il 31,6%, seguita da Fermo, Nuoro, Macerata e Arezzo.
Ancora una volta, nelle ultime posizioni si trovano le grandi aree metropolitane: Milano registra il 4,7%, Roma il 5,1% e Napoli il 6,5%.
Secondo l’analisi della Cna, i dati dimostrano come in numerose province l’artigianato rappresenti ancora una parte strutturale dell’economia locale, contribuendo all’occupazione, alle filiere produttive e alla valorizzazione del Made in Italy. Allo stesso tempo, emerge un progressivo ridimensionamento del comparto: tra il 2014 e il 2023, infatti, l’incidenza delle imprese artigiane sul totale nazionale è diminuita di 3,9 punti percentuali.
«Questa fotografia racconta un’Italia nella quale l’artigianato continua a essere una componente essenziale dell’economia e dell’identità dei territori», ha commentato il presidente nazionale della Cna, Dario Costantini. «Dove è più forte, sostiene occupazione, comunità, filiere produttive e qualità del Made in Italy».
Il calo registrato nell’ultimo decennio, tuttavia, rappresenta secondo Costantini «un campanello d’allarme che non possiamo ignorare».

