Caserta, dal disagio alla prevenzione: Francesca Giannini propone un nuovo patto sociale tra scuola, famiglie e territorio

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– L’operatrice sociale invita a superare la logica dell’emergenza: educatori e psicologi nei luoghi frequentati dai giovani, osservatori sul disagio e una rete stabile tra istituzioni e servizi

– Rigenerare piazze e immobili abbandonati, aprire le scuole nel pomeriggio e rendere lo sport accessibile: «La repressione può arginare il sintomo, occorre ricostruire il tessuto della comunità»

Caserta (Redazione) – La sicurezza non comincia dalla sirena di una pattuglia, ma molto prima. Nasce nella scuola che riesce a trattenere un ragazzo invece di perderlo, nella piazza restituita alla comunità, nello sport accessibile anche a chi non può permetterselo, nella famiglia che trova qualcuno disposto ad ascoltarla prima che una difficoltà diventi una frattura.

È questa la prospettiva indicata da Francesca Giannini, operatrice sociale, nel suo intervento sul disagio che attraversa Caserta e sulle risposte che la città dovrebbe costruire oltre la dimensione contingente dell’emergenza.

Le vicende finite recentemente al centro della cronaca, secondo l’analisi proposta, hanno portato alla superficie fragilità che non possono essere affrontate esclusivamente attraverso controlli e strumenti repressivi. Misure necessarie sul versante della sicurezza, ma insufficienti quando il problema affonda le proprie radici nella povertà educativa, nell’isolamento, nella marginalità e nella progressiva perdita di luoghi nei quali costruire relazioni.

Giannini individua quattro direttrici sulle quali concentrare un intervento strutturale: prevenzione precoce, rigenerazione degli spazi pubblici, rafforzamento della funzione educativa della scuola e sostegno alla genitorialità.

Il primo passaggio riguarda proprio la prevenzione. Non una sorveglianza esercitata soltanto quando il disagio è ormai esploso, bensì una presenza capace di intercettarne i segnali iniziali.

Da qui la proposta di istituire unità di strada composte da educatori e psicologi, chiamate a operare direttamente nei luoghi informali di aggregazione: piazze, stazioni, periferie e punti nei quali si incontrano soprattutto i giovani maggiormente esposti al rischio di isolamento.

L’obiettivo sarebbe costruire un rapporto di fiducia prima che la fragilità assuma forme più difficili da governare.

Accanto agli operatori di prossimità, la proposta contempla osservatori territoriali permanenti sul disagio, attraverso una rete capace di mettere in comunicazione pediatri, medici di medicina generale, istituti scolastici e servizi sociali. Una circolazione delle competenze che potrebbe consentire di individuare precocemente fenomeni di povertà educativa, isolamento e devianza minorile.

La seconda direttrice porta direttamente dentro lo spazio urbano. Per Giannini, infatti, anche la qualità dei luoghi contribuisce alla qualità delle relazioni.

Immobili dismessi, piazze degradate e strutture inutilizzate potrebbero essere trasformati in centri culturali, biblioteche con aperture prolungate, laboratori digitali e spazi dedicati alla musica e alla creatività giovanile.

Non si tratterebbe soltanto di recuperare fisicamente parti della città, ma di attribuire loro una funzione sociale. Rigenerare uno spazio significa renderlo nuovamente frequentato, presidiato dalla comunità e capace di produrre occasioni di incontro.

In questa strategia trova posto anche lo sport, da rendere gratuito o economicamente accessibile nei diversi quartieri. L’attività sportiva viene interpretata non semplicemente nella sua dimensione fisica, ma come strumento educativo attraverso il quale apprendere regole, rispetto dell’altro, disciplina e appartenenza.

Il terzo pilastro riguarda la scuola.

La proposta è quella di superare progressivamente l’idea dell’edificio scolastico che esaurisce la propria funzione con il termine delle lezioni mattutine. Gli istituti potrebbero diventare autentici presidi territoriali, mantenendo aperti gli spazi anche durante il pomeriggio.

Aiuto nello studio, teatro, arte, laboratori e percorsi di cittadinanza attiva offrirebbero ai ragazzi occasioni alternative alla strada e alla solitudine, ampliando nello stesso tempo la funzione sociale dell’istituzione scolastica.

A questa presenza dovrebbe affiancarsi, secondo Giannini, un supporto psicologico stabile negli istituti, insieme alla presenza di mediatori culturali capaci di intercettare fenomeni di bullismo, difficoltà relazionali e disagio emotivo.

Rimane infine la famiglia, individuata come parte imprescindibile di qualsiasi strategia educativa.

Le difficoltà vissute dai più giovani possono infatti intrecciarsi con quelle degli adulti, soprattutto nei nuclei sottoposti a pressioni economiche, lavorative o relazionali. Per questo viene proposta l’apertura di centri territoriali gratuiti dedicati alla genitorialità, nei quali madri e padri possano ricevere consulenza psicologica e pedagogica e confrontarsi sulle nuove complessità dell’educazione, comprese quelle prodotte dall’universo digitale.

L’ultimo tassello è rappresentato dai patti di comunità: scuole, parrocchie, associazioni del Terzo settore e servizi sociali inseriti all’interno di una rete capace di seguire le situazioni maggiormente vulnerabili senza lasciare alle singole realtà il peso dell’intervento.

È qui che la riflessione abbandona definitivamente il terreno della sola emergenza. Una città sicura non è soltanto quella capace di intervenire rapidamente dopo un episodio di violenza o degrado. È soprattutto quella che riesce a ridurre le condizioni nelle quali quella violenza può maturare.

«La repressione può arginare temporaneamente il sintomo, ma solo un tessuto sociale protetto e rigenerato può garantire un futuro sicuro all’intera comunità», sostiene Francesca Giannini.

Una considerazione che consegna a Caserta una questione eminentemente politica e sociale: scegliere se continuare a inseguire le emergenze quando diventano cronaca oppure investire sul tempo più difficile da raccontare, ma forse più decisivo. Quello che viene prima.