Caserta fanalino di coda per gli asili nido: solo l’1,1% dei bambini accede ai servizi comunali

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– I dati Istat fotografano un divario profondo: la Campania resta molto distante dalla media nazionale e Caserta registra il valore più basso

– La carenza di strutture pesa sulle famiglie, sull’occupazione femminile e sulle opportunità educative dei più piccoli

Caserta (Rosalba Moccia) – Quando si parla di asili nido, l’Istat presenta una fotografia che non lascia spazio a dubbi sul divario tra la Campania e il resto del Paese, con differenze che diventano ancora più marcate all’interno della stessa regione e vedono Caserta e Napoli chiudere la classifica.

La distanza tra la Campania e la media nazionale è, infatti, molto ampia, con un gap di oltre sedici punti percentuali che si traduce in una copertura regionale del 15,4%, contro il 31,6% a livello nazionale. Ciò significa che in Campania ci sono posti per circa 15 bambini ogni 100 nella fascia da zero a due anni, mentre la media del Paese supera i 31 ogni 100, con differenze ancora più marcate all’interno della stessa regione, dove Napoli e Caserta chiudono la classifica.

In ogni caso, per comprendere davvero le disuguaglianze serve un indicatore che racconti meglio la realtà quotidiana delle famiglie e che restituisca l’effettiva quota di bambini che usufruisce dei servizi comunali per l’infanzia. Caserta registra il valore più basso, con solo l’1,1% dei bambini tra zero e due anni: un dato particolarmente critico se confrontato con Napoli, che si attesta al 4,8%, e con le altre province campane, che mostrano valori progressivamente più alti, da Avellino al 7,3% fino a Benevento al 9,6% e Salerno al 10,2%.

Quello di Caserta non è un dato isolato, ma una criticità strutturale del territorio. La situazione all’interno della stessa provincia era ed è, infatti, fortemente disomogenea, con comuni che presentano valori superiori, come Capua, Castel Morrone e Curti, e, al contrario, vaste aree del territorio scarsamente servite o del tutto prive di strutture.

Vi è poi un elemento apparentemente paradossale che merita attenzione: in Italia, e così nella stessa Caserta, nascono sempre meno bambini e, contemporaneamente, continua a essere insufficiente la disponibilità di posti nei servizi per la prima infanzia. L’Istat rileva, infatti, che la popolazione dei bambini tra zero e due anni è diminuita, ma la domanda di nidi non si è ridotta nella stessa misura e, nonostante il calo della popolazione di riferimento, le liste d’attesa sono rimaste un elemento significativo del sistema, con quasi il 60% dei nidi che ha bambini in lista d’attesa.

Questo dice qualcosa di importante: meno bambini non significa automaticamente meno bisogno di asili nido. Al contrario, proprio in un Paese che invecchia e registra livelli di natalità molto bassi, rendere più semplice per una coppia avere e crescere un figlio significa anche costruire servizi adeguati intorno alla famiglia.

Una parte importante delle aspettative è stata affidata, negli ultimi anni, agli investimenti del PNRR, che hanno destinato risorse alla costruzione e alla riqualificazione di asili nido e scuole dell’infanzia. Nonostante ciò, il divario territoriale non riesce a colmarsi, anche perché non basta avere nuovi edifici: servono strutture completate, personale, risorse per la gestione e tariffe che le famiglie possano sostenere. Un asilo sulla carta non è un posto disponibile: lo diventa soltanto quando apre le porte e accoglie un bambino.

Dietro questi numeri c’è una questione che va oltre la semplice disponibilità di posti e tocca il cuore del patto sociale su cui si regge un territorio, perché quando il welfare presenta delle falle il conto non lo pagano le istituzioni, ma le famiglie, che si trovano a dover colmare con risorse private un vuoto che dovrebbe essere pubblico.

La carenza di asili nido non è solo un problema di comodità organizzativa per i genitori, ma ha conseguenze misurabili anche sull’occupazione femminile, sulla crescita economica e sulle disuguaglianze educative precoci. Studi mostrano come ogni posto in più in un asilo nido pubblico aumenti del 16,8% la probabilità che una madre abbia un lavoro, mentre nei comuni dove mancano strutture adeguate aumenta la probabilità che le donne abbandonino o non cerchino affatto il lavoro, con effetti duraturi sulle loro carriere, sui contributi previdenziali e sul reddito familiare.

Un fenomeno che in Campania assume dimensioni particolarmente critiche, visto che in Italia lavora circa la metà delle donne e nel Sud appena poco più di un terzo. Secondo la Commissione europea, la mancanza di servizi per l’infanzia costituisce una delle barriere più rilevanti all’occupazione femminile e l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che il valore economico del lavoro di cura della famiglia non retribuito rappresenti tra il 10% e il 39% del PIL nei Paesi europei, ma rimanga invisibile nelle statistiche ufficiali e nelle politiche pubbliche.

In Italia questa disparità ha un costo economico enorme perché, secondo Banca d’Italia, se le donne fossero occupate al 60%, il prodotto interno lordo aumenterebbe di circa sette punti percentuali: un dato che dovrebbe far riflettere chi considera il welfare un costo anziché un investimento.

Il dato di Caserta, quindi, non dovrebbe essere letto soltanto come una posizione in classifica, ma come il segnale di un welfare che non riesce a garantire a tutti le stesse opportunità di accesso a un servizio educativo fondamentale per lo sviluppo dei bambini e per la conciliazione tra lavoro e famiglia.

La povertà educativa che ne deriva ha un volto nascosto ma profondo, perché l’accesso limitato ai servizi per la prima infanzia si collega all’aumento della povertà assoluta tra i minori e a disuguaglianze che si consolidano fin dai primi anni di vita, rendendo più difficile per un bambino nato in un territorio svantaggiato avere le stesse opportunità di un coetaneo nato in un’area meglio servita.

Investire negli asili nido non è, quindi, solo una risposta alla denatalità o un modo per alleggerire il carico sulle famiglie, ma diventa parte di una strategia più ampia per sostenere le scelte di genitorialità, promuovere l’occupazione femminile, ridurre le disuguaglianze educative e garantire che ogni bambino, indipendentemente dal luogo in cui nasce, abbia accesso a un servizio educativo di qualità.

Un bambino di Caserta dovrebbe avere le stesse opportunità di accesso al nido di un bambino nato in qualsiasi altra parte d’Italia. Oggi, però, i numeri raccontano che questa uguaglianza è ancora lontana.