Caserta (Carlo Pascarella) – C’è un momento, raro e necessario, in cui la scuola smette di essere un semplice luogo di trasmissione del sapere e si trasfigura in officina di destini, crocevia di esistenze in divenire. È in questo spazio, sospeso tra responsabilità civile e tensione ideale, che si colloca la riflessione della dirigente Emilia Nocerino, figura cardine dell’Istituto “Terra di Lavoro” di Caserta, protagonista di una visione educativa capace di interrogare il presente e prefigurare il domani.
Alla guida di una delle istituzioni scolastiche più longeve del territorio, forte di una tradizione che supera il secolo e mezzo di storia, Nocerino ha progressivamente consolidato un’identità riconoscibile e autorevole. Il suo operato si distingue per una costante attenzione alle dinamiche giovanili, per un impegno tangibile nell’inclusione e per una strategia educativa che intreccia saperi umanistici e competenze operative. Sotto la sua direzione, l’istituto ha saputo evolversi senza snaturarsi, valorizzando le proprie radici e proiettandosi verso orizzonti internazionali. L’attività della dirigente si articola tra progettualità didattica, raccordo con il tessuto produttivo e cura delle relazioni umane, elementi che concorrono a definire una leadership educativa solida e lungimirante.
L’incontro con la preside è avvenuto a margine dell’evento “Io non vivo in un altro mondo”, con la toccante testimonianza del ragazzo autistico non verbale Federico De Rosa, che ha dialogato con studenti e insegnanti presenti nell’aula magna della scuola, coadiuvato dal padre Oreste. L’iniziativa è stata fortemente voluta dalla stessa Emilia Nocerino e ha visto tra gli organizzatori la professoressa Paola Milone.
Dottoressa Nocerino, in un’epoca segnata da rapide trasformazioni sociali e tecnologiche, soprattutto digitali, quale ritiene sia oggi la missione più autentica della scuola pubblica?
«Guidare i ragazzi nelle scelte, insieme alle famiglie. Oggi le criticità più profonde emergono proprio nei rapporti familiari: dinamiche complesse che spesso incidono sul rendimento scolastico. La scuola deve farsi bussola: orientare, sostenere e accompagnare».
Lei è un punto di riferimento nella scuola, soprattutto a Caserta. Qual è la sua visione rispetto al ruolo dell’istituto sul territorio?
«Abbiamo puntato sulla nostra storicità. Parliamo di una realtà nata oltre centocinquant’anni fa, già nota come “ragioneria”. Non abbiamo inseguito modelli altrui né replicato indirizzi esistenti: abbiamo rafforzato ciò che eravamo, credendoci sin dall’inizio. Questo approccio ha generato risultati significativi».

Tra formazione umanistica e competenze tecnico-professionali, come si costruisce oggi un equilibrio capace di preparare gli studenti al futuro lavorativo?
«Attraverso un’integrazione concreta tra teoria e pratica. Le attività di alternanza scuola-lavoro, oggi denominate Pcto/Fsl, insieme al rapporto diretto con le aziende del territorio, consentono di creare un ponte reale verso il mondo del lavoro. La connessione tra scuola e impresa è imprescindibile».
Oggi siamo qui a margine di un incontro sull’autismo che ha visto protagonista Federico De Rosa. Cosa lascia alla scuola un’esperienza simile in termini di inclusione sociale?
«Un arricchimento profondo. Comprendere l’autismo dall’interno ci ha permesso di acquisire una consapevolezza nuova. Il nostro istituto accoglie numerosi studenti nello spettro e può contare su un team docente preparato, oltre che sulla collaborazione con specialisti qualificati. L’inclusione non è uno slogan, ma una pratica quotidiana».
Esperienze come questa possono cambiare concretamente il modo di vivere la disabilità in classe?
«Senza dubbio. È stato un momento di crescita autentica. Le parole finali di Federico – “Aiutateci” – hanno lasciato un segno indelebile, così come il suo messaggio sulla morte, espresso con una delicatezza sorprendente. Sono testimonianze che trasformano lo sguardo».

Guardando al futuro, quale eredità culturale e valoriale auspica per gli studenti del “Terra di Lavoro”?
«Desidero che coltivino ambizioni elevate, che non si accontentino di ciò che li circonda. Devono aspirare al meglio, credere nelle proprie potenzialità. Anche per questo promuoviamo esperienze all’estero: attualmente alcuni ragazzi partecipano a percorsi formativi su una nave da crociera, svolgendo attività coerenti con il loro indirizzo. Offrire contesti stimolanti significa alimentare la volontà di crescere».
Nel suo percorso, quanto conta l’esperienza diretta sul campo per la formazione degli studenti?
«È fondamentale. Il Pcto rappresenta una dimensione essenziale: consente ai ragazzi di confrontarsi con la realtà operativa, sperimentando competenze reali e costruendo consapevolezza professionale. È lì che scuola e vita si incontrano davvero».
In questo dialogo emerge una scuola che non si limita a istruire, ma ambisce a trasformare. Una comunità educativa che si misura con le fragilità contemporanee senza rinunciare all’eccellenza formativa.
E forse è proprio in questa tensione costante tra protezione e slancio, tra ascolto e rilancio, che si cela la vera eredità di un modello scolastico capace di non smarrire la propria funzione originaria: preparare alla vita, senza smettere mai di interrogarla.

