– L’uomo è morto in ospedale dopo l’aggressione avvenuta in piazza Sant’Anna: il presule ricorda una persona fragile ma conosciuta e accolta da molti, dalla Caritas alla Comunità di Sant’Egidio
– Pietro Lagnese chiede una rete stabile tra Comune, servizi sociali, forze dell’ordine, Terzo settore e comunità ecclesiale: «La risposta non può essere soltanto episodica o emergenziale»
Caserta (Redazione) – Un’aggressione consumata nel cuore di Caserta, la corsa in ospedale e poi la morte. La vicenda di Guido ha oltrepassato ormai i confini della cronaca per trasformarsi in una domanda rivolta alla città: quanto riesce una comunità a vedere coloro che vivono ai suoi margini prima che una condizione di fragilità precipiti nell’irreparabile?
Guido, volto conosciuto da quanti frequentano il centro cittadino, era stato aggredito nei pressi di piazza Sant’Anna. Trasportato in ospedale dopo il grave episodio, è successivamente deceduto. Per l’accaduto è stato arrestato dalla Guardia di Finanza un cittadino ucraino.
La magistratura dovrà ricostruire dinamica e responsabilità della vicenda. Sul piano umano e sociale, invece, la morte dell’uomo ha aperto una ferita che difficilmente può essere archiviata insieme agli atti dell’inchiesta.
A intervenire è il vescovo di Caserta, Pietro Lagnese, che conosceva Guido e ne restituisce un ritratto lontano dall’anonimato al quale spesso vengono consegnate le esistenze più fragili.
«Sì, conoscevo Guido. Era un uomo con tante fragilità e una vita difficile alle spalle», racconta il presule, ricordandone la presenza in Cattedrale e la partecipazione alla Santa Messa.
Non un individuo senza storia, dunque, ma una persona con un nome, abitudini, relazioni e luoghi nei quali aveva trovato ascolto. Guido frequentava anche la Caritas e la Comunità di Sant’Egidio, dove si recava ogni mercoledì.
È proprio questo elemento a rendere più dolorosa la vicenda. L’emarginazione, infatti, non coincide necessariamente con l’isolamento assoluto: può esistere anche accanto a una rete di persone che prova ad aiutare, senza tuttavia possedere da sola gli strumenti necessari per sottrarre definitivamente qualcuno alla precarietà.
Il vescovo non elude il problema e sposta il ragionamento dalla singola tragedia alla responsabilità collettiva. Il rischio, osserva, è che dopo lo sgomento dei primi giorni tutto venga progressivamente riassorbito dalla quotidianità.
Le parole di Pietro Lagnese, raccolte oggi da Il Mattino, indicano invece la necessità di trasformare l’emozione in un metodo. «Guido era una persona, aveva una dignità, un nome, una storia», sottolinea il presule. Ed è attorno a questa affermazione che prende corpo il significato più profondo del suo intervento.
Per il vescovo serve un tavolo di concertazione tra istituzioni civili, servizi sociali, forze dell’ordine, realtà del Terzo settore e comunità ecclesiale. Non un incontro occasionale convocato sull’onda di un fatto drammatico, bensì una rete capace di riconoscere le fragilità, seguirle e intervenire prima che diventino estreme.
Il presule annuncia la volontà di promuovere un confronto anche con la prefetta Lucia Volpe, partendo dalla consapevolezza che nessun soggetto, isolatamente, possiede una soluzione sufficiente.
«La risposta non può essere soltanto episodica o emergenziale: deve diventare condivisa, continuativa e capace di intervenire possibilmente prima che le situazioni di fragilità diventino estreme», è il senso del richiamo lanciato dalla Chiesa casertana.
Dietro la condizione dei senzatetto, del resto, raramente esiste una sola causa. Alla povertà materiale possono sommarsi solitudine, dipendenze, sofferenze psicologiche, perdita dei legami familiari e affettivi, difficoltà lavorative. Ogni percorso porta con sé una biografia diversa e richiede risposte altrettanto articolate.
Per questo, secondo Pietro Lagnese, non basta offrire semplicemente un servizio. Servono percorsi di accompagnamento capaci di coniugare assistenza, cura, ascolto e relazioni umane autentiche.
Il principio è semplice quanto impegnativo: prima ancora di chiedere a una persona di cambiare vita, occorre riuscire ad avvicinarla e conquistarne la fiducia.
Il vescovo evita invece valutazioni sull’operato delle singole istituzioni in relazione alle precedenti segnalazioni di aggressività attribuite a Guido. Gli accertamenti sono in corso e, osserva, non spetta a lui formulare giudizi.
Resta però una considerazione che supera il caso specifico: ogni segnalazione di disagio, soprattutto quando si prolunga nel tempo, dovrebbe essere interpretata come una richiesta di attenzione e non soltanto come un problema contingente da contenere.
La morte di Guido arriva, inoltre, a pochi giorni da un altro decesso che aveva colpito Caserta: quello di un uomo senza fissa dimora, di nazionalità algerina, avvenuto nell’area di piazza IV Novembre.
Due episodi diversi, che non devono essere confusi né sovrapposti, ma che hanno riportato nello spazio di pochi giorni il tema delle marginalità al centro della discussione cittadina.
Sono luoghi simbolici della città: piazza Sant’Anna, davanti al Santuario della Patrona, e piazza IV Novembre, accanto al Monumento ai Caduti. Spazi attraversati quotidianamente da centinaia di persone, e proprio per questo capaci di mostrare quanto la marginalità non viva necessariamente in periferie lontane.
«I ricordi non abitano luoghi lontani da noi: sono nel cuore stesso delle nostre città», osserva il vescovo. La presenza delle istituzioni civili ed ecclesiali diventa allora essenziale, ma nessun edificio e nessuna organizzazione possono sostituire una comunità capace di vedere, ascoltare e costruire percorsi concreti d’inclusione.
Il ragionamento investe anche il tema del decoro e della riqualificazione urbana. Pulizia, illuminazione e presidio degli spazi pubblici sono indispensabili, ma non possono esaurire una questione che riguarda anzitutto le persone.
Una città ordinata non è soltanto quella che rimuove i segni visibili del disagio. È quella che riesce a comprenderne le cause e, dove possibile, a impedire che un essere umano venga progressivamente espulso dalla vita sociale fino a diventare quasi impercettibile agli occhi degli altri.
La tragedia di piazza Sant’Anna lascia dunque due percorsi distinti. Il primo appartiene alla giustizia, chiamata ad accertare con precisione ciò che è accaduto e le relative responsabilità. Il secondo appartiene a Caserta.
Ed è forse il più difficile, perché non si conclude con un fascicolo giudiziario. Impone di interrogarsi su quanti altri Guido attraversino oggi le strade del capoluogo, conosciuti di vista da tutti e realmente conosciuti da pochi. La civiltà di una comunità si misura anche qui: nella capacità di accorgersi di una fragilità prima che sia una tragedia a renderla finalmente visibile.

