Caserta, una casa per i senzatetto: immobili confiscati alla criminalità per costruire un nuovo modello di accoglienza

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– Due strutture nella disponibilità del Comune potrebbero essere destinate alle finalità sociali: una palazzina a Casola è già in buone condizioni, mentre per una villa occorrerebbero lavori di adeguamento

– Dal Distretto Regio sei posti letto per le emergenze e un’unità di strada attiva giorno e notte: sul tavolo anche l’ipotesi di utilizzare parte dell’ex orfanotrofio Sant’Antonio

Caserta (Redazione) – Restituire alla fragilità ciò che un tempo apparteneva all’illegalità avrebbe un valore che supera persino la funzione sociale di un edificio. A Caserta prende corpo l’ipotesi di utilizzare beni confiscati alla criminalità organizzata per dare una risposta più stabile all’emergenza dei senzatetto, trasformando patrimoni sottratti ai circuiti illeciti in luoghi di accoglienza e dignità.

Una prospettiva che prova a spostare il problema dalla gestione dell’emergenza alla costruzione di un sistema capace di accompagnare le persone più fragili verso percorsi di recupero e autonomia.

Secondo quanto riportato dall’edizione di Caserta de Il Mattino, nella disponibilità del Comune vi sarebbero in particolare due strutture che potrebbero essere assegnate dall’Azienda speciale Distretto Regio.

La prima è una palazzina di quattro piani situata a Casola, descritta come in buone condizioni e già fruibile.

La seconda è una villa, sempre a Casola, per la quale sarebbe invece necessario reperire un finanziamento destinato alla ristrutturazione e all’adeguamento.

Per l’immobile già utilizzabile si starebbe ragionando in questi giorni sulla possibilità di destinarlo a finalità sociali.

Gli spazi sarebbero sufficienti non soltanto per garantire una sistemazione, ma anche per organizzare attività e servizi.

Il punto centrale, infatti, è evitare che l’accoglienza si riduca alla semplice disponibilità di un letto.

La condizione dei senzatetto presenta situazioni profondamente differenti: persone che hanno scelto la strada come forma di vita, altre che vi sono precipitate dopo la perdita del lavoro o della casa, padri separati, persone sole e cittadini attraversati da fragilità economiche e sociali.

Proprio questa complessità rende difficile immaginare una risposta identica per tutti.

Il direttore generale del Distretto Regio, Vincenzo Mataluna, sottolinea la necessità di costruire interventi capaci di tenere conto delle diverse condizioni personali.

Attraverso una convenzione con due strutture alberghiere, il Distretto dispone attualmente di sei posti letto utilizzabili per le emergenze.

L’accoglienza rappresenta una prima collocazione temporanea, della durata non superiore alle 72 ore, in attesa della presa in carico della persona da parte dei servizi sanitari oppure del Comune di riferimento.

Esiste inoltre un numero verde dedicato alle emergenze, 800200627, attivo ventiquattro ore su ventiquattro.

A questo servizio si affianca un’unità di strada incaricata di valutare immediatamente le situazioni di maggiore urgenza.

La fotografia che emerge, tuttavia, suggerisce che gli strumenti destinati all’emergenza debbano essere accompagnati da soluzioni strutturali.

Secondo Vincenzo Mataluna, il fenomeno è «molto complesso» e richiede un lavoro sinergico tra istituzioni.

Una considerazione che assume particolare rilievo dopo alcuni drammatici episodi che hanno riguardato persone senza dimora in città.

Nel dibattito sull’accoglienza torna così l’esigenza di realizzare un vero dormitorio e un ricovero temporaneo, accompagnati da una mensa e dai servizi necessari all’assistenza quotidiana.

A questi potrebbero aggiungersi laboratori e percorsi finalizzati a offrire alle persone accolte strumenti per recuperare autonomia e possibilità di reinserimento.

Un intervento di questa portata, tuttavia, richiede programmazione e coordinamento tra Regione, Comune, Azienda sanitaria locale, forze dell’ordine e Terzo settore.

La prospettiva è quella di superare una gestione frammentaria del disagio per costruire una rete nella quale l’accoglienza rappresenti soltanto il primo passaggio.

Nelle more della definizione di un progetto complessivo, continua a funzionare il Pronto intervento sociale, servizio attivato dal Distretto Regio nel marzo scorso che avrebbe già gestito una cinquantina di casi.

Un ulteriore fronte riguarda l’ex orfanotrofio Sant’Antonio.

Tra le proposte avanzate negli ultimi giorni figura infatti la possibilità di destinare un’ala della struttura all’accoglienza dei clochard.

L’immobile, beneficiario di un finanziamento Pnrr, sarebbe oggetto di un intervento di rifunzionalizzazione destinato all’ampliamento dell’adiacente scuola media “Giannone”.

Secondo Ernesto Genoni, presidente dell’associazione I.d.e.a. Informazione, Democrazia ed azione, gli ambienti sarebbero sufficientemente grandi da consentire anche la creazione di spazi dedicati alle persone senza dimora.

La proposta dovrà naturalmente essere sottoposta alle verifiche degli enti competenti, anche rispetto alla compatibilità con l’attuale destinazione dell’immobile.

Sul tavolo rimane dunque un ventaglio di possibilità che potrebbe consentire a Caserta di affrontare il fenomeno con strumenti meno occasionali.

La questione non riguarda soltanto la disponibilità di qualche posto letto, ma il modello di città che si intende costruire davanti alle nuove povertà.

Utilizzare un bene confiscato per restituire un tetto a chi lo ha perduto avrebbe, in questo senso, una forza simbolica particolare: trasformare un patrimonio sottratto all’illegalità in uno spazio nel quale ricominciare.

Perché una città misura la propria capacità di essere comunità soprattutto ai margini, laddove una porta aperta può rappresentare non soltanto un riparo per una notte, ma il primo passo per tornare ad avere un posto nel mondo.