Debora Ascione, il carboncino dell’anima: «Disegno emozioni, non semplici volti»

Tempo di lettura: 3 minuti

Napoli (Carlo Pascarella) Fra le pieghe di un volto, nella profondità di uno sguardo o nella materia ruvida del legno grezzo, Debora Ascione custodisce il proprio linguaggio artistico. Non ama definirsi pittrice in senso classico, almeno non in questa fase della sua esistenza creativa. Oggi si sente soprattutto una disegnatrice, una donna che affida al carboncino e ai pastelli morbidi il compito di tradurre emozioni, inquietudini, memoria e identità.

Nata a Boscoreale, in provincia di Napoli, ma trasferitasi ormai da anni sull’isola greca di Ios, non lontano da Santorini, Debora Ascione porta avanti un percorso lontano dai riflettori, quasi appartato, e proprio per questo autentico. Alle spalle ha studi artistici, l’Istituto d’Arte di Torre Annunziata e una laurea in Conservazione dei Beni Culturali, scelta che lei stessa oggi osserva con una punta di rimpianto.

«Avrei voluto frequentare l’Accademia», racconta. «All’epoca pensavo soprattutto alle prospettive lavorative e ho scelto un’altra strada. Col tempo ho capito che forse avrei dovuto seguire fino in fondo quella vocazione».

Una vocazione che, in realtà, l’accompagna fin dall’infanzia. Disegnare, sperimentare, osservare: gesti quotidiani diventati nel tempo una forma di elaborazione personale e spirituale.

Nonostante abbia partecipato a diverse mostre collettive in Grecia, Debora Ascione non ha ancora costruito un percorso espositivo strutturato. Nessuna personale, almeno per ora. Eppure nelle sue parole emerge la consapevolezza di un’identità artistica precisa, fondata non sulla ricerca del virtuosismo estetico ma sull’impatto emotivo.

«Non presto molta attenzione al realismo in sé», spiega. «Anche quando i miei lavori sembrano molto dettagliati, quello che conta davvero è lo sguardo. Mi interessa capire cosa prova chi osserva un mio disegno. L’arte, in fondo, è interpretazione».

Il tratto distintivo della sua produzione contemporanea è rappresentato dall’uso del carboncino sul legno grezzo, una tecnica complessa e poco convenzionale che richiede sensibilità tattile oltre che precisione.

«Il legno rende più difficile il lavoro sui dettagli», sottolinea. «Però mi affascina l’effetto materico. Lavoro molto con le dita, spalmo il carboncino direttamente sulla superficie. Credo che questa sia la cifra più riconoscibile delle mie opere».

Le sue creazioni non nascono da un progetto freddamente pianificato. Al contrario, prendono forma attraverso impulsi emotivi improvvisi, sedimentazioni interiori che diventano immagini.

«Chi mi conosce», racconta, «riesce spesso a riconoscere nei miei lavori le varie fasi della mia vita. Probabilmente le mie opere sono uno specchio molto sincero di ciò che attraverso».

Fra i lavori ai quali si sente maggiormente legata, Debora Ascione cita “Medusa”, opera incentrata sul ritratto di una donna di colore reinterpretata attraverso il mito classico.

«In apparenza è un’immagine serena», spiega, «ma ho lavorato molto sullo sguardo. Volevo che chi osserva riuscisse a percepire qualcosa oltre quella calma apparente. È un’opera enigmatica, che chiede di essere interpretata».

Nelle sue parole emerge anche una riflessione critica sull’arte contemporanea e sulla tendenza, sempre più diffusa, a costruire significati astratti spesso incomprensibili al pubblico.

«Sono molto tradizionalista», ammette con sincerità. «A volte ho l’impressione che alcune opere contemporanee vengano spiegate più dagli altri che dagli stessi artisti. Come se si volesse imporre un significato a tutti i costi».

Una posizione netta, pronunciata senza artifici intellettuali, che restituisce il ritratto di un’artista distante dalle mode e dalle strategie di mercato. Debora Ascione sembra piuttosto inseguire una dimensione intima, quasi silenziosa, nella quale il disegno torna a essere confessione, memoria e verità.

In questo risiede il valore più autentico della sua ricerca: nella capacità di rallentare il tempo delle immagini contemporanee, restituendo centralità alla contemplazione, allo sguardo e alle emozioni non urlate.

Dalla quiete delle Cicladi greche, lontano dal clamore e dalla frenesia, Debora Ascione continua così a costruire il proprio universo espressivo. Un percorso discreto ma intenso, ancora tutto da raccontare.