Hikikomori, l’allarme cresce anche in Italia: oltre 26 mila studenti si isolano dalla vita sociale

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(Graziana Iadicicco) La Relazione 2026 al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze in Italia, redatta dal Dipartimento per le Politiche contro la droga e le altre dipendenze, mette in luce le profonde connessioni tra le diverse forme di dipendenza. Non più soltanto quelle legate all’uso di sostanze stupefacenti, alle quali il documento dedica un’ampia sezione, ma anche le cosiddette dipendenze comportamentali: dall’uso problematico delle tecnologie digitali al gioco d’azzardo, fino all’isolamento sociale e al disagio relazionale.

Proprio su quest’ultimo fenomeno emergono dati particolarmente significativi. Oltre 26 mila studenti under 18, pari all’1,7% del campione analizzato, hanno dichiarato di essersi isolati dalla vita sociale per un periodo superiore ai sei mesi, mentre un ulteriore 2,3% ha sperimentato un ritiro compreso tra i tre e i sei mesi, spesso associato a difficoltà psicologiche, relazionali o familiari.

Con il termine giapponese hikikomori, letteralmente “stare in disparte”, si identifica quella condizione esistenziale in cui una persona sceglie, senza costrizioni esterne, di isolarsi completamente dalla vita sociale per lunghi periodi. Un fenomeno nato in Giappone ma che sta assumendo una rilevanza crescente anche in Italia, dove si stima coinvolga circa 50 mila giovani. A questi si aggiunge quel 2,3% di ragazzi che gli esperti definiscono “pre-hikikomori”, una fascia considerata un importante campanello d’allarme per il sistema di prevenzione.

La fotografia restituita dalla Relazione parlamentare colpisce non solo per l’entità del fenomeno, ma soprattutto per le motivazioni indicate dagli stessi adolescenti. Le cause sono molteplici e spesso strettamente intrecciate tra loro. Al primo posto, con il 36%, figurano problematiche di natura psicologica, quali disturbi d’ansia, stati depressivi e fobie sociali, che inducono il giovane a trovare nell’isolamento una forma di apparente protezione dal confronto con gli altri.

Segue, con il 27%, la mancanza di motivazione a incontrare altre persone, un dato che apre profonde riflessioni sulla qualità delle relazioni durante l’adolescenza e sull’influenza esercitata dai nuovi strumenti di comunicazione digitale e dai social network. Le difficoltà relazionali con amici o partner incidono in circa un quarto dei casi, mentre problemi fisici (21%) e tensioni familiari (19%) completano un quadro complesso, spesso caratterizzato dalla compresenza di più fattori di disagio.

L’isolamento, tuttavia, non si manifesta mai improvvisamente. È un processo graduale che si costruisce giorno dopo giorno, alimentato dalle difficoltà vissute nel contesto scolastico e relazionale. Il fenomeno interessa prevalentemente gli adolescenti tra i 13 e i 18 anni, raggiungendo il picco tra le ragazze di 17 e 18 anni, con una percentuale del 2,5%, come emerge dai grafici relativi al 2025 allegati alla Relazione.

Il ritiro sociale interessa indistintamente studenti di licei, istituti tecnici e professionali. Progressivamente si trasforma in una condizione di malessere cronico, caratterizzata dalla tendenza a vivere confinati tra le mura domestiche, evitando qualsiasi forma di relazione con il mondo esterno.

La scuola, che dovrebbe rappresentare il primo presidio educativo dopo la famiglia, spesso intercetta il problema quando esso è già in una fase avanzata. Diventa quindi fondamentale costruire un’azione sinergica tra famiglie, istituzioni scolastiche e servizi territoriali specializzati, con l’obiettivo di promuovere il benessere psicologico dei ragazzi. La sfida consiste nel migliorare la capacità di riconoscere tempestivamente i primi segnali di disagio e nell’offrire percorsi di reinserimento graduali, rispettosi della fragilità degli adolescenti e capaci di accompagnarli fuori da quel senso di isolamento e di quello spleen esistenziale che affonda le proprie radici anche nella grande tradizione letteraria europea, dai poeti maledetti dell’Ottocento fino alle inquietudini della contemporaneità.

«Il 2026 sarà l’anno nel quale, oltre a proseguire lungo la rotta intrapresa, stiamo ponendo le basi per il nuovo Piano Nazionale sulle Dipendenze. Questa Relazione non si limita a fornire un quadro approfondito e aggiornato del fenomeno delle dipendenze in Italia, ma offre anche una solida base conoscitiva per orientare le future politiche pubbliche, rendendole sempre più consapevoli, responsabili e coraggiose», ha dichiarato Alfredo Mantovano, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.