– “Brand New Day” riporta Peter Parker al centro della scena dopo la frattura di “No Way Home”: solo in una New York che non ricorda più chi sia, l’eroe riscopre la dimensione più umana del proprio mito
– Da Stan Lee e Steve Ditko allo Spider-Verse, passando per Gwen Stacy, Venom e Kraven: oltre sessant’anni di storie spiegano la straordinaria longevità dell’Uomo Ragno
(Marco Carafa) L’Arrampicamuri è tornato. “Spider-Man: Brand New Day”, diretto da Destin Daniel Cretton, inaugura una nuova stagione per Peter Parker dopo le conseguenze radicali di “No Way Home”. Il mondo ha dimenticato la sua identità e il ragazzo si ritrova solo, privato di quella rete di affetti e protezioni che aveva accompagnato la sua crescita. Una ripartenza che restituisce Spider-Man alla dimensione che più gli appartiene: quella dell’eroe straordinario costretto a confrontarsi con problemi terribilmente umani.
In un universo cinematografico popolato da divinità, minacce cosmiche e realtà parallele, Peter Parker conserva infatti una peculiarità difficilmente replicabile. Può volteggiare fra i grattacieli di Manhattan e affrontare nemici potentissimi, ma deve anche preoccuparsi del lavoro, dei soldi, degli affetti e delle conseguenze delle proprie scelte. Spider-Man salva gli altri, senza riuscire necessariamente a salvare se stesso.
Il segreto della sua longevità affonda le radici nel 1962, quando Stan Lee e Steve Ditko lo presentarono sulle pagine di “Amazing Fantasy” n. 15. Prima di allora l’adolescente era quasi sempre relegato al ruolo di spalla. Peter Parker rovesciò quella convenzione: timido, insicuro, senza ricchezze né origini divine, diventava protagonista proprio grazie alle proprie fragilità.
Anche la maschera contribuì alla rivoluzione. Il volto completamente coperto rende Spider-Man una figura nella quale chiunque può identificarsi. Dietro quelle lenti bianche non è immediatamente visibile un’etnia, una provenienza o una condizione sociale: l’eroe diventa così una sorta di spazio universale dell’immaginazione. L’evoluzione successiva del mito, con Miles Morales e Spider-Gwen, avrebbe dimostrato quanto fosse potente quell’intuizione.
Il cuore morale rimane però la responsabilità. La celebre lezione secondo cui a un grande potere corrisponde una grande responsabilità nasce da una tragedia, non da un principio astratto. Peter comprende troppo tardi che una propria scelta ha contribuito agli eventi che porteranno alla morte dello zio Ben. Da quel momento combatte anche per saldare un debito con la coscienza: sa che possedere la capacità di intervenire e scegliere l’indifferenza significa assumersi comunque una responsabilità.
La storia editoriale dell’Uomo Ragno ha continuato a sviluppare questa fragilità. La morte di Gwen Stacy nel 1973 dimostrò che persino un supereroe poteva fallire nel momento decisivo. Il costume nero e la successiva nascita di Venom introdussero una componente più oscura e psicologica; “L’ultima caccia di Kraven”, scritta da J. M. DeMatteis, spinse Peter verso territori narrativi ancora più tormentati. Con lo Spider-Verse il concetto stesso dell’Uomo Ragno si è infine dilatato oltre il singolo individuo.
Il cinema ha completato questa trasformazione. La trilogia di Sam Raimi, iniziata nel 2002, contribuì in maniera determinante all’affermazione moderna del genere supereroistico. Sono seguite l’interpretazione di Andrew Garfield, quella di Tom Holland e la rivoluzione estetica e narrativa dei film animati dello Spider-Verse. Parallelamente videogiochi e serie animate hanno continuato a consegnare il personaggio a pubblici sempre nuovi.
Eppure la sua permanenza nell’immaginario non può essere spiegata soltanto attraverso la forza commerciale di un marchio. Spider-Man resiste perché la sua storia parla soprattutto del fallimento e della capacità di ricominciare. Peter perde, sbaglia, arriva tardi, viene frainteso, rinuncia alle persone che ama e paga personalmente le conseguenze delle proprie decisioni. La conclusione di “No Way Home” ha portato questa caratteristica al limite estremo: proteggere gli altri accettando di essere dimenticato.
“Brand New Day” raccoglie precisamente quell’eredità e la trasforma in una nuova partenza. Peter Parker deve ricostruire se stesso prima ancora del proprio universo. È una condizione che riporta il personaggio alla sua essenza originaria: dietro i poteri rimane un ragazzo costretto a rialzarsi dopo ogni caduta.
Forse è proprio questa la ragione per cui, dopo oltre sessant’anni, continuiamo a riconoscerci nell’Arrampicamuri. Superman invita a guardare verso il cielo, Batman conduce nell’oscurità. Spider-Man oscilla sopra New York, ma prima o poi deve sempre tornare a terra. Ed è proprio quando tocca terra che torna a essere uno di noi.

