Intervista esclusiva a Franco Caforio: «La mia batteria nasce dalla terra…»

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di Redazione
Misano Adriatico – Vi sono musicisti che attraversano le stagioni della musica; altri, più raramente, ne
determinano il respiro. Franco Caforio appartiene a questa seconda schiera: non semplice interprete, ma
artefice di pulsazioni che hanno inciso in modo irreversibile la fisionomia del rock italiano.
Il suo gesto percussivo non è mera esecuzione tecnica, ma pensiero ritmico, materia sonora sospesa tra
controllo e abbandono. Nato a Riccione nel 1962 in una famiglia legata alla musica, cresce in un
ambiente in cui il ritmo è linguaggio primario. Prima di riconoscere pienamente la propria vocazione
attraversa una fase di ricerca personale, quasi a misurare il peso di un’eredità artistica già presente.
Gli studi al Conservatorio “Gioacchino Rossini” di Pesaro gli conferiscono disciplina, metodo e
consapevolezza del suono come struttura architettonica. Il perfezionamento al CPM di Milano con
Walter Calloni amplia la dimensione stilistica, saldando formazione accademica e sensibilità
contemporanea.
Quando entra nei Litfiba — con i quali registra e pubblica, tra gli altri, gli album Terremoto (1993),
Spirito (1994), Mondi sommersi (1997), Infinito (1999), Elettromacumba (2000) e Insidia (2001), oltre
ai live ufficiali Pirata Tour 1995 (1995), Croce e delizia (1998) e Colpo di coda (1999) — il gruppo
fiorentino è già un riferimento della scena alternativa nazionale. Con l’album Terremoto si apre una fase
sonora nuova e più aggressiva: la batteria diventa impulso primordiale, energia geologica che sostiene
l’impianto elettrico della band e dialoga con la voce di Piero Pelù.
Prima dell’esperienza litfibiana, Caforio vive l’intensità dei Death SS, maturando la consapevolezza
della presenza scenica e dell’impatto espressivo in un contesto heavy e teatrale. Con
i Violet Eves compie una scelta pionieristica introducendo il vibrafono nel rock italiano, lavorando sul
dialogo timbrico con la voce e su atmosfere di respiro internazionale. Tra la carriera con i Litfiba e la
collaborazione con Pelù solista incide tredici dischi complessivi, contribuendo a definire una delle
stagioni più riconoscibili del rock nazionale. Le risposte sono state rilasciate telefonicamente da
Franco Caforio dal suo studio di Misano Adriatico, in provincia di Rimini; il musicista si è confermato
persona estremamente disponibile e cordiale nel condividere i dettagli della propria storia artistica e del
suo percorso musicale.
Maestro Caforio, la sua formazione al Conservatorio Rossini e al CPM con Walter Calloni le ha
dato una solida matrice accademica: in che modo la disciplina delle percussioni ha inciso sul suo
linguaggio rock e come si è compiuta in lei la sintesi tra rigore e istinto?
«Da una parte c’è stata la disciplina degli studi musicali, dall’altra la necessità di non rinunciare
all’istinto creativo. È stato fondamentale miscelare tutte queste energie e influenze e convogliarle
nell’espressione che poi si ascolta soprattutto in sede di registrazione. La formazione accademica mi ha
dato struttura e consapevolezza, mentre l’istinto ha liberato l’energia espressiva.»
Lei è figlio d’arte. Crescere accanto a un padre batterista ha rappresentato una guida naturale
oppure una sfida da superare?
«C’è stata sicuramente una componente di sfida, perché quando si ha un padre che ha già vissuto
determinate esperienze è naturale cercare di andare oltre ciò che si è visto da bambini. Dall’altra parte
esisteva un forte richiamo al ritmo, quasi un meccanismo interno legato ai movimenti sincroni che
inizialmente rapportavo persino al mondo dei motori. A un certo punto mio padre mi ha quasi
smascherato suggerendomi di provare il conservatorio, e da lì è iniziato il mio percorso.»

L’esperienza con i Death SS quanto ha contribuito a forgiare la sua potenza espressiva e la
presenza scenica?
«Salire sul palco con i Death SS significava sostenere uno sguardo collettivo intenso, in un periodo in
cui la band veniva percepita come trasgressiva rispetto alla fine degli anni Settanta e ai primi anni
Ottanta. È stato importante comprendere quel ruolo scenico e sviluppare un linguaggio heavy capace di
dialogare con la formazione classica. Quelle esperienze hanno liberato forze espressive che mi hanno
accompagnato negli anni successivi.»
Con i Violet Eves lei introduce il vibrafono nel rock. Cosa l’affascina di questo strumento e quale
dialogo cercava con la voce del gruppo?
«Il vibrafono occupa una fascia timbrica intermedia tra chitarra e tastiera, ma conserva una chiave
percussiva. Mi ha sempre affascinato la sua capacità di vibrare e di respirare musicalmente. A livello di
arrangiamento cercavo uno scambio con la voce: quando il canto assumeva funzione di
accompagnamento, il vibrafono restava sullo sfondo; quando la voce si interrompeva, lo strumento
emergeva come elemento dialogico. Fu una scommessa importante e, per quel periodo storico, quasi
avanguardistica.»
Il suo ingresso nei Litfiba coincide con l’album Terremoto, primo lavoro che la vede alla batteria
con la band. Come nacque quella firma ritmica così potente?
«Quando mi fu proposto di entrare nei Litfiba esisteva un’esigenza precisa di energia, timbrica e
intensità espressiva. Non ho fatto altro che affidarmi all’istinto, cercando però di rispettare le intenzioni
stilistiche dei leader del gruppo e la potenza sonora richiesta da quella fase creativa.
La firma ritmica che si ascolta in Terremoto non fu costruita in maniera progettuale a tavolino, ma
nacque come risposta naturale a quella necessità musicale, come espressione diretta della mia indole e
del contesto storico in cui il disco prese forma.»
In Terremoto la batteria sembra evocare una forza primordiale. Il ritmo può essere considerato
una forma di energia elettrica?
«Sì. Se vogliamo leggerlo sotto l’aspetto naturale, è un’energia che arriva dal profondo della terra.
Esiste una relazione tra natura ed espressione elettrica del suono. Il ritmo diventa una traduzione
vibrante di una forza originaria, quasi un passaggio dalla materia all’esplosione sonora.»
Dopo la separazione artistica di Piero Pelù e Ghigo Renzulli, lei seguì il percorso solista del cantante.
Che differenza avvertì rispetto all’identità collettiva dei Litfiba?
«L’approccio è stato molto diverso perché c’era la necessità di sperimentare nuove sonorità che
abbracciassero un discorso mediterraneo. Sono stati utilizzati strumenti etnici, fiati e corde con una
chiave di lettura più ampia rispetto al rock più duro. Non un allontanamento dalla matrice rock, ma una
sua declinazione più mediterranea.»
Nelle collaborazioni recenti, penso a quella con Paolo Tarsi in Unnatural Self e a quella con
Gabriele Magnanelli in Sailingin the Dark, quali nuove sfumature del suo drumming sono
emerse?
«È emersa una nuova espressione del mio linguaggio negli anni Duemila e Venti, contaminata dalle
sonorità contemporanee ma sempre radicata nel rock. Il suono della batteria resta molto presente e
poderoso, e i produttori sono riusciti a conservarne l’evidenza timbrica.»
Dopo aver attraversato stagioni decisive del rock italiano, quali orizzonti immagina per il futuro?

«Sento un richiamo sempre più forte verso un percorso che riporti la musica verso la natura e verso le
membrane. Mi interessa recuperare la dimensione della percussione tribale, riportando gli strumenti a
pelle in una posizione centrale e molto evidente.
L’idea per un lavoro futuro è quella di dialogare con sonorità profonde, coagulandole con voci e voli
musicali che mantengano un legame con ciò che è stato, senza rinunciare alla ricerca di nuove
espressioni.»
Nel percorso artistico di Franco Caforio la batteria non è mai apparsa come semplice strumento, ma
come organismo vivo, ponte simbolico tra materia e vibrazione, tra memoria e futuro del rock. Il suo
suono ha attraversato epoche senza perdere identità, conservando quella nobiltà timbrica che nasce
dall’incontro tra studio, istinto e visione culturale. Caforio rappresenta una delle figure più eleganti e
profonde della stagione rock italiana: un musicista capace di trasformare la forza del ritmo in linguaggio
estetico e culturale, lasciando al tempo non soltanto tracce sonore, ma memoria emotiva e storia musicale