Italia, il fallimento è sistemico: tre Mondiali senza azzurri e un calcio che ha smesso di formare

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di Lorenzo Torre

ITALIA – Tre volte. Non è più un dato, è una ferita aperta. L’Italia resta fuori dal Mondiale per la terza edizione consecutiva e, questa volta, il campo non basta più a spiegare.

Per anni il racconto si è aggrappato agli episodi, agli spareggi, alle serate storte. Ma quando il fallimento diventa abitudine, allora cambia la prospettiva: non è la Nazionale ad aver tradito, è il sistema che non è più in grado di sostenerla. L’eliminazione è solo l’ultimo fotogramma. Il film è iniziato molto prima.

Il piano mai ascoltato: le 900 pagine di Roberto Baggio

Per capire dove si è rotto tutto, bisogna tornare indietro. Al lavoro di Roberto Baggio, oltre 900 pagine pensate per rifondare il calcio italiano dalle fondamenta: settori giovanili, formazione tecnica, infrastrutture, identità.

Non un’idea ma un vero e proprio progetto. Già nel 2011 si intravedevano i segnali di un cambiamento che l’Italia non stava governando. Eppure, quel piano “approvato formalmente” non è mai stato realmente attuato. Nel 2013 inevitabilmente il “Divin Codino” lascia il suo incarico denunciando l’immobilismo: “Non mi è stato permesso di lavorare… il progetto è stato approvato ma i fondi non sono mai arrivati. È rimasto tutto sulla carta.” Oggi quelle parole suonano come una sentenza anticipata. Perché mentre altri paesi costruivano, l’Italia rimandava e ancora oggi ne raccoglie le conseguenze.

Serie A: crescita economica, regressione tecnica

Il riflesso più evidente è nella massima divisione del calcio italiano la Serie A. Un campionato sempre più internazionale nella composizione, sempre meno formativo nella funzione. I numeri raccontano più delle opinioni:

  • 534 giocatori totali
  • 366 stranieri
  • 68,5% della rosa complessiva

Non è la presenza straniera il problema, è l’assenza di un equilibrio. I giovani italiani trovano poco spazio, vengono spesso parcheggiati tra prestiti e panchine, inseriti raramente in un percorso solido e strutturato. E quando emergono, lo fanno per necessità più che per scelta. Il caso di Antonio Vergara è emblematico: titolare nel Napoli solo dopo una lunga catena di infortuni e con una percezione tutta italiana del tempo: a 23 anni ancora “giovane”, mentre altrove è già un calciatore formato, all’apice della sua carriera. Il risultato è inevitabile: il serbatoio si svuota. E chi prova a crescere all’estero resta ai margini, ignorato o, peggio, dimenticato e naturalizzato da altre nazioni.

Squadre B: il paradosso della valorizzazione

Nel tentativo di colmare il gap, il sistema ha introdotto le seconde squadre. Uno strumento corretto nella teoria, meno nella pratica.I dati parlano chiaro:

  • Juventus Next Gen: 31% stranieri
  • Atalanta U23: 25%
  • Inter U23: 27,6%
  • Milan Futuro: 46,7%

Squadre nate per valorizzare il talento italiano verso il professionismo che, in molti casi, finiscono per ridurne ulteriormente lo spazio. Il paradosso è evidente: si crea un percorso dedicato ai giovani, ma senza una linea chiara su chi e come far crescere. E così anche l’occasione diventa occasione sprecata.

Strutture e formazione: la crisi invisibile

La vera emergenza, però, non è nei numeri della Serie A. È nei campi di periferia, nei centri sportivi, nelle scuole calcio. Strutture spesso inadeguate, investimenti insufficienti, organizzazione fragile ma soprattutto un problema culturale: la formazione. In Italia, troppo spesso, chi allena i bambini non è un formatore, ma qualcuno che aspira a diventare allenatore. Si insegna a vincere prima ancora che a giocare, si pretende prima ancora di educare e in questo contesto il talento non cresce, si perde. Si scelgono i ragazzi più sviluppati fisicamente, quelli che possono garantire un risultato immediato, mentre si sacrificano i profili più tecnici, più creativi, più “leggeri” ma potenzialmente decisivi. Si impongono schemi e rigidità a bambini che dovrebbero semplicemente imparare ad amare il pallone.

La base dimenticata: educare prima di allenare

Un bambino non è un risultato è un percorso. Eppure questo principio, nel calcio italiano, sembra smarrito:

  • Mancano educatori.
  • Mancano percorsi formativi seri per chi lavora nei settori giovanili.
  • Manca una cultura della crescita.

Il confronto con l’estero è netto: lì si costruiscono calciatori, qui si gestiscono partite. E senza una base solida, il vertice non può reggere.

Identità smarrita: moduli senza talento

Anche sul piano tecnico emergono le contraddizioni. Sempre più diffuso è un 3-5-2 che diventa, nei fatti, un 5-3-2 difensivo. Un sistema di gioco che fattualmente protegge ma non crea.

Mancano:

  • ali capaci di saltare l’uomo
  • numeri 10 in grado di inventare
  • giocatori con sensibilità tecnica e libertà di espressione

Figure come Lamine Yamal o Jamal Musiala non nascono per caso. Nascono in sistemi che li formano, li proteggono e li lasciano sbagliare. In Italia, quel tipo di talento viene spesso corretto prima ancora di essere sviluppato.

La Nazionale come conseguenza

La Nazionale è l’ultimo anello della catena e nei momenti decisivi emergono sempre gli stessi limiti: fragilità mentale, difficoltà tecnica, mancanza di identità.Non è una questione di modulo o completamente di selezione ma la fotografia di un percorso incompleto.

Il cambio al vertice e il rischio dell’illusione

Le dimissioni di Gabriele Gravina rappresentano un passaggio inevitabile. Così come il coinvolgimento di figure come l’ex Capo Delegazione della Nazionale Italiana Gianluigi Buffon e l’ormai ex Commissario Tecnico Gennaro Gattuso. Ma il rischio è fermarsi alla superficie. Scambiare un cambio di nomi per un cambio di sistema.

Senza riforme profonde “nei settori giovanili, nella formazione degli allenatori, nella valorizzazione dei calciatori italiani” il destino non cambierà. L’Italia deve tornare a essere la prima squadra del Paese, prima ancora dei club.

Cosa manca davvero

Manca una visione condivisa: la capacità di investire nel lungo periodo. Manca una struttura formativa credibile prima che funzionale, manca il coraggio di mettere i giovani al centro e forse, più di tutto, manca la volontà di riconoscere il problema.

Il rischio più grande: abituarsi

Tre Mondiali saltati non sono solo un fallimento sportivo. Sono un cambiamento in peggio

Il rischio più grande non è cadere, è abituarsi a farlo e finché il calcio italiano non affronterà davvero le proprie contraddizioni, continuerà a restare fuori dal suo palcoscenico naturale 4 Mondiali e 2 europei. Non per sfortuna ma per scelta propria.