(Rosanna Girella) Per anni la provincia di Caserta è stata raccontata attraverso le immagini delle faide, dei killer dei clan e delle estorsioni imposte con la forza. Era la camorra militare, quella che occupava le strade e mostrava apertamente il proprio potere. Oggi, però, le ultime indagini della magistratura e delle Direzioni Distrettuali Antimafia restituiscono un quadro profondamente diverso: la criminalità organizzata casertana sembra aver cambiato pelle, scegliendo sempre più spesso la via della mimetizzazione economica e relazionale anziché quella dello scontro armato.
Il cambiamento non significa affatto una scomparsa del fenomeno. Al contrario, secondo investigatori e analisti, il sistema criminale avrebbe semplicemente spostato il proprio baricentro. Le piazze di spaccio e le intimidazioni continuano a esistere, ma il vero terreno strategico appare ormai quello degli appalti, delle imprese, delle relazioni professionali e del consenso politico locale. È qui che la nuova camorra starebbe consolidando la propria influenza, lontano dai riflettori e all’interno di dinamiche apparentemente legali.
Le recenti inchieste emerse tra Caserta, l’Agro Aversano e alcuni collegamenti investigativi con altre regioni mostrano un modello criminale molto più sofisticato rispetto al passato. Non più soltanto clan capaci di controllare quartieri attraverso la forza, ma reti in grado di muoversi tra società, consulenze, affidamenti pubblici e rapporti istituzionali. In questo scenario diventano centrali figure che fino a qualche anno fa restavano sullo sfondo delle cronache: professionisti, intermediari, imprenditori e tecnici capaci di costruire contatti e facilitare relazioni.
Secondo gli investigatori, il controllo del territorio oggi passerebbe anche attraverso strumenti meno visibili ma altrettanto efficaci. Il peso criminale si misurerebbe nella capacità di orientare appalti, avvicinare ambienti amministrativi, influenzare reti economiche e creare sistemi di consenso attorno a determinati interessi. Alcune indagini degli ultimi mesi hanno evidenziato proprio questo meccanismo: il rapporto sempre più ambiguo tra segmenti dell’imprenditoria locale, politica e gestione delle risorse pubbliche.
Il dato più significativo è forse un altro: la violenza esplicita non rappresenta più necessariamente il primo strumento di affermazione del potere criminale. La nuova forza dei clan starebbe nella possibilità di confondersi con il tessuto economico quotidiano, entrando in circuiti apparentemente ordinari e rendendosi meno riconoscibile agli occhi della società. Una trasformazione che rende il fenomeno più difficile da percepire rispetto agli anni delle guerre di camorra, quando il controllo del territorio si manifestava attraverso omicidi, agguati e intimidazioni plateali.
Anche il ruolo dei clan storici sembra essersi evoluto. I nomi che per decenni hanno dominato le cronache giudiziarie continuano a comparire nelle indagini, ma spesso legati a dinamiche economiche e imprenditoriali piuttosto che a episodi di violenza diretta. Il potere criminale, oggi, sembra preferire l’infiltrazione silenziosa alla contrapposizione aperta. Non più soltanto il controllo delle strade, ma quello delle relazioni.
È proprio questo il punto che emerge con maggiore forza dalle ultime attività investigative: la camorra casertana contemporanea avrebbe compreso che la vera forza non risiede più nell’essere visibile, ma nel diventare indispensabile all’interno di alcuni meccanismi economici e sociali. Una presenza meno appariscente, ma potenzialmente più radicata. Perché se negli anni Novanta il potere criminale aveva bisogno di mostrarsi per incutere paura, oggi sembra aver scelto di nascondersi dentro la normalità.
Ed è forse questa la sfida più complessa per il territorio e per le istituzioni: comprendere che l’assenza di sangue nelle strade non coincide automaticamente con l’indebolimento delle organizzazioni criminali. La nuova camorra casertana, infatti, non ha più bisogno di sparare per continuare a esercitare il proprio potere.

