L’intelligenza artificiale e l’umanità in standby: e se facessimo una pausa?

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(Rosalba Moccia) L’innamoramento dell’algoritmo e il nuovo elogio della passività: storia di un’umanità che preferisce farsi spiegare la vita da un bot.
«Ciao ChatGPT, ho bisogno di te.»
«Ciao! Eccomi qui, pronto ad aiutarti. Dimmi pure di cosa hai bisogno: che sia un dubbio da sciogliere, un problema da risolvere o anche solo un’idea per un brainstorming, sono a tua completa disposizione.»

In un mondo in cui la gentilezza sembra quasi estinta, l’intelligenza artificiale riesce a fornire quella dose di cordialità e disponibilità di cui ogni essere umano sente il bisogno. Ma, in questo idillio digitale, che fine ha fatto il libero arbitrio?

Un modello di vita che oggi appare sempre più lontano presupponeva un faticoso esercizio mentale: ci spingeva a scegliere cosa leggere, cosa scrivere in un biglietto d’auguri, quale serie su Netflix guardare o persino quale farmaco prendere quando la temperatura superava i 37,5 °C.

Grazie all’AI, possiamo finalmente esimerci da quasi ogni scelta. Quella fatica tipica nel prendere decisioni sembra essersi dissolta nell’aria della nuova Silicon Valley globale, dove gli abitanti hanno ormai assunto il soprannome di Homo Prompt. Siamo nel pieno di un cambiamento antropologico: l’essere umano non è più l’attore protagonista che decide quale azione compiere, ma uno spettatore, spesso pagante, della propria esistenza. Il risultato è un vero e proprio declino del pensiero critico, come dimostra una ricerca di Microsoft Research, che ha rilevato come gli utenti che ripongono troppa fiducia nell’IA presentino un calo stimabile nelle capacità di integrazione concettuale e nel pensiero critico, operando più come gestori di compiti che come pensatori liberi.

Si tratta ormai di un fenomeno di massa che non conosce distinzioni d’età. Le generazioni attuali sembrano letteralmente innamorate dell’algoritmo. L’AI ci corteggia con le sue risposte puntuali e noi cadiamo ai suoi piedi, trovando rifugio in una passività consolante. In fondo, perché sforzarsi di formulare un pensiero complesso quando una chat può scriverci una lettera di condoglianze in meno di tre secondi? Sociologicamente parlando, perché pensare, se possiamo affidare la soluzione dei nostri problemi a un fornitore esterno programmato per non farci mai sentire inefficienti o fuori luogo?

Il rischio, tuttavia, è che, a forza di restare in pausa di pensiero, il nostro tasto di riaccensione finisca per intorpidirsi. Abbiamo già delegato il senso dell’orientamento al GPS e la memoria al cloud. Se domani l’algoritmo decidesse di prendersi un giorno di ferie, probabilmente metà della popolazione mondiale non saprebbe come raggiungere un luogo o formulare un augurio senza un suggerimento artificiale.

Forse è arrivato il momento di chiederci: e se facessimo una pausa? Una pausa dall’infinito pianeta dei feed, dai suggerimenti profetici e da quell’entità invisibile che completa le nostre frasi prima ancora che le abbiamo pensate. Rivendicare il diritto all’errore, al vicolo cieco e alla scelta sbagliata potrebbe essere l’unico modo per dimostrare che, sotto lo spesso strato di silicio, c’è ancora qualcuno che sceglie con la propria testa.

A tal riguardo, proprio in questi giorni, l’Università Cattolica di Milano ha lanciato un’iniziativa chiamata “Scroll Off Sunday”, un esperimento sociale molto interessante nato dagli studenti, che hanno deciso di sfidare se stessi e i propri coetanei. Non si tratta di un divieto all’utilizzo dell’AI, ma di una sfida di autocontrollo strutturata sotto forma di dieta digitale. La sfida avrà inizio venerdì 17 aprile con 4 ore di distacco dai social, proseguirà sabato 18 aprile con 8 ore e si concluderà domenica 19 aprile con un digiuno totale della durata di 24 ore. L’iniziativa, che potrebbe sembrare un semplice gioco su chi riesce a resistere di più, è stata presentata persino in Senato da giovani professionisti, che affermano come il “tempo dello scroll” sia diventato eccessivo, influenzando negativamente la capacità di concentrazione e il benessere psicologico.

E se avessimo finalmente iniziato a comprendere che niente è meno intelligente dell’affidarsi a un’intelligenza artificiale per decidere come vivere? Anche perché il rischio è dietro l’angolo: senza il prompt giusto — l’unico compito che ancora spetta totalmente a noi — anche l’AI fallisce.