– Le quattro donne, provenienti da Nigeria, Costa d’Avorio e Camerun e ospiti del Progetto Sai del Comune di Vitulazio gestito dalla Cooperativa Sociale Città Irene Onlus, protagoniste domenica 6 settembre di uno dei momenti più significativi della seconda edizione del concorso
– Spazio anche alla capsule collection della stilista senegalese Mouskeba Toure, indossata da Deborah Ezekiel, Francesca Palmieri e Benedetta Compagnone. Il presidente Savino Compagnone ha illustrato sul palco la missione e l’esperienza del progetto di accoglienza
Vitulazio (Redazione) – Una passerella può raccontare molto più della bellezza. Può diventare un luogo nel quale le differenze smettono di essere distanze e si trasformano in linguaggi, colori, identità e possibilità di incontro. È accaduto domenica 6 settembre a Vitulazio, durante la seconda edizione di Miss Dea Vitula, dove quattro donne ospiti del Progetto SAI del Comune hanno portato sul palco le proprie storie e il proprio modo di interpretare la femminilità.
Sandra, Mariam, Princess e Aminata, provenienti da Nigeria, Costa d’Avorio e Camerun, hanno partecipato alla serata conclusiva della manifestazione nell’ambito di un’iniziativa nata dall’invito di Araterra, delle associazioni che hanno contribuito alla realizzazione del concorso e del Comune di Vitulazio, ente titolare del Progetto Sai.
Il progetto è gestito dalla Cooperativa Sociale Città Irene Onlus e accoglie, all’interno della rete dei Comuni aderenti, ragazze e madri con bambini, accompagnandole in percorsi che non si esauriscono nell’accoglienza materiale ma guardano all’autonomia, all’inserimento sociale e alla costruzione di nuove prospettive di vita.
La presenza delle quattro donne a Miss Dea Vitula ha assunto proprio questo significato.
Salire su quel palco non ha rappresentato soltanto una partecipazione a una manifestazione pubblica, ma la possibilità di raccontare, senza necessariamente ricorrere alle parole, percorsi personali differenti e una nuova parte della propria esistenza che oggi passa anche attraverso Vitulazio.
Gli abiti scelti dalle quattro protagoniste hanno contribuito a rendere ancora più chiaro il messaggio.
Non necessariamente costumi tradizionali dei rispettivi Paesi d’origine, ma vestiti capaci di esprimere gusto personale, femminilità e soprattutto libertà di rappresentarsi.
Un dettaglio tutt’altro che marginale.
L’integrazione, infatti, non dovrebbe chiedere a una persona di cancellare ciò che è stata per diventare qualcos’altro. Può significare, al contrario, custodire le proprie radici e contemporaneamente conquistare la libertà di scegliere come raccontarsi nel presente.
È nella possibilità di tenere insieme appartenenza e cambiamento che l’incontro tra culture assume il suo significato più autentico.
Ad aprire questo segmento della serata è stato Savino Compagnone, presidente della Cooperativa Sociale Città Irene Onlus, che dal palco ha illustrato la missione e l’esperienza del Progetto Sai, soffermandosi sul lavoro rivolto alle ragazze e alle madri con bambini accolte attraverso la rete territoriale dei Comuni aderenti. A Vitulazio, in prima linea, c’era anche l’attivissimo vicepresidente Maria Altieri.
Il momento dedicato all’inclusione ha trovato poi nella moda un ulteriore e suggestivo linguaggio espressivo.
Ospite straordinaria della manifestazione è stata la stilista indipendente senegalese Mouskeba Toure, che ha presentato una mini collection composta da tre capi.
Un lavoro seguito dalla stilista lungo l’intero processo creativo: dal design alla ricerca delle immagini e delle suggestioni, dalla selezione degli accessori e dei tessuti fino alla confezione, passando attraverso la realizzazione di cartamodelli su misura.
La capsule collection nasce dall’incontro di due universi estetici.
Da una parte la delicatezza attribuita allo stile occidentale, interpretata attraverso linee pulite; dall’altra la forza cromatica, la vivacità e la dimensione artistica dei tessuti wax africani.
Non una semplice sovrapposizione di elementi, dunque, ma una contaminazione consapevole.
L’abito diventa in questo modo qualcosa di più di un elemento estetico: torna alla sua antica funzione di racconto dell’identità.
Da secoli ciò che indossiamo comunica appartenenze, trasformazioni, ruoli e aspirazioni. Nella collezione presentata a Vitulazio questo principio viene riletto attraverso un dialogo contemporaneo tra Africa ed Europa, nel quale nessuna delle due culture deve rinunciare alla propria riconoscibilità.
A dare forma e movimento alle creazioni di Mouskeba Toure sono state tre interpreti provenienti da percorsi differenti.
In passerella Deborah Ezekiel, modella e fotomodella; Francesca Palmieri, vincitrice di Miss Dea Vitula 2025; e Benedetta Compagnone, modella impegnata in sfilate e concorsi di bellezza, reduce anche dalla partecipazione alla fase nazionale di Miss Mondo Italia.
Tre donne, tre abiti e una collezione costruita attorno alla medesima idea: l’unicità non nasce dall’assenza delle differenze, ma dalla capacità di farle convivere.
È stato questo uno dei significati più interessanti emersi dalla serata di domenica.
Miss Dea Vitula ha così allargato per alcuni momenti il perimetro tradizionale di un concorso di bellezza, trasformando la passerella in uno spazio nel quale moda e spettacolo hanno incontrato temi sociali ben più profondi.
La partecipazione delle ospiti del Progetto SAI ha permesso inoltre di rendere visibile un’attività che normalmente si sviluppa lontano dai riflettori: quella quotidiana dell’accoglienza, dell’accompagnamento e dell’inclusione.
Per Sandra, Mariam, Princess e Aminata il palco di Vitulazio è diventato allora un luogo nel quale essere guardate non attraverso una condizione o un’etichetta, ma attraverso la propria individualità.
Ed è forse questa l’immagine più significativa lasciata dalla serata: donne arrivate da Paesi differenti, una stilista senegalese, modelle con esperienze diverse e una comunità riunita nella stessa piazza.
La bellezza, per una sera, non è stata soltanto questione di lineamenti o di eleganza. È diventata capacità di riconoscere nell’identità dell’altro qualcosa che non sottrae spazio alla nostra, ma lo amplia. Perché l’integrazione più riuscita non cancella le differenze: permette finalmente a ciascuno di viverle con libertà.
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