Napoli, il jazz di Massimo Spinosa diventa racconto autobiografico: “My World” è il mondo di una vita trascorsa fra pianoforte e grandi orchestre

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– Dieci tracce tra big band, swing, jungle, tradizione partenopea e scrittura contemporanea: «Dentro questo disco ho messo ciò che sono stato, ciò che sono e quello che sto diventando»

– Dai vent’anni in Rai agli incontri con Pino Daniele e Michael Bolton, fino al messaggio ai giovani musicisti: «La tecnologia aiuta, ma senza conoscere il passato si perde una parte essenziale della musica»

Napoli (Carlo Pascarella) – Un disco può raccogliere delle composizioni oppure raccontare una biografia senza bisogno di pronunciare una sola parola. “My World”, il lavoro di Massimo Spinosa, appartiene decisamente alla seconda categoria: è una sorta di autoritratto musicale costruito attraverso il pianoforte, la massa sonora della big band, il respiro dei fiati, ritmi che cambiano pelle e una scrittura capace di guardare al jazz senza lasciarsi imprigionare dalla sua ortodossia.

Ascoltandolo emerge subito una caratteristica: la complessità non viene esibita. Tempi dispari, variazioni metriche, sovrapposizioni, improvvisazione e grandi impasti orchestrali convivono senza trasformare la composizione in esercizio accademico. Il risultato è un jazz intelligente, attraversato dallo swing ma aperto a contaminazioni molto più contemporanee.

Pubblicato nel 2025, “My World” comprende dieci tracce per oltre un’ora di musica; tra i titoli figurano “Walking”, “Day Off”, “Tarantella”, “Waltz for You”, “Suite For Chick”, “Napolatin”, “Nocturne” e “The First Circle”.

L’album è stato registrato nel 2025 all’Artistike Recording di Torre del Greco, studio di Graziano Donadone, e rappresenta per Spinosa quasi la necessità di mettere finalmente «nero su bianco» decenni di esperienze, ascolti e scrittura.

«Il filo conduttore – racconta Massimo Spinosa – è la mia esperienza musicale. Credo di avere inserito nelle tracce quello che sono, quello che sono stato e, in qualche modo, quello che sto ancora diventando. Per questo si chiama “My World”: il mio mondo è l’orchestra, il pianoforte, l’innovazione e la tradizione».

Una dichiarazione che fornisce probabilmente la migliore chiave di lettura dell’intero progetto.

La matrice orchestrale è evidente. Spinosa conosce la big band dall’interno, ne ha assimilato molto presto grammatica e meccanismi, fino a trasformarla in uno dei linguaggi fondamentali della propria scrittura. L’organico di “My World” poggia sulla struttura classica dei cinque sassofoni, quattro trombe, quattro tromboni e sezione ritmica, intorno alla quale gravitano numerosi musicisti. Nell’intero progetto, spiega l’autore, sono stati coinvolti complessivamente quasi quaranta interpreti.

Tra i batteristi figurano Sergio Di Natale e Agostino Mennella; alle chitarre compaiono, fra gli altri, Ciro Manna e Mimmo Langella, mentre al basso hanno partecipato musicisti quali Aldo Capasso. Una compagine nutrita, necessaria per dare corpo a una scrittura nella quale il colore dei fiati diventa parte determinante della narrazione.

Una delle tracce che meglio chiarisce la filosofia dell’autore è “Day Off”.

«È il brano jungle – spiega Spinosa – e richiama in qualche maniera anche Duke Ellington, pur utilizzando un ritmo molto moderno, presente oggi anche nella musica rap e trap. Il titolo nasce dal giorno libero dei musicisti durante una tournée: hai finalmente il riposo, ma dentro conservi ancora tutta l’adrenalina del palco e non riesci davvero a fermarti».

È proprio questo cortocircuito fra memoria e presente a rendere interessante il progetto. Spinosa non utilizza la tradizione come reliquia da custodire, bensì come materiale vivo da modificare.

“Walking” si colloca maggiormente dentro il vocabolario jazzistico classico; altrove compaiono ritmi jungle, aperture moderne e soluzioni orchestrali nate dall’esperienza televisiva. Particolarmente significativa è “Tarantella”, nella quale il compositore intreccia differenti matrici della cultura musicale napoletana e colta, facendo dialogare repertori distanti attraverso un nuovo abito orchestrale.

Il percorso che conduce a “My World” comincia molto prima.

Classe 1974, Spinosa entra nel professionismo giovanissimo, intorno ai sedici-diciassette anni. Dalle prime esperienze di pianobar passa allo studio sistematico: pianoforte, composizione, jazz. A diciotto anni arriva un passaggio decisivo, l’ingresso in una big band come trascrittore.

«Lì – ricorda – cominciai ad assimilare gli arrangiamenti della grande tradizione, da Duke Ellington a Count Basie. Quell’esperienza mi ha formato e mi ha consentito successivamente di trasferire ciò che avevo ascoltato dentro i miei arrangiamenti».

Poi le tournée di musica leggera, le collaborazioni jazzistiche e soprattutto la televisione.

Per circa vent’anni Spinosa lavora nelle produzioni Rai come arrangiatore, pianista e tastierista. È un’esperienza decisiva anche sul piano tecnico: alla big band tradizionale si aggiungono gli archi, la concezione ritmico-sinfonica dell’orchestra, il lavoro con il click e l’integrazione fra strumenti acustici e sequenze elettroniche.

Prima di “My World” aveva scelto l’essenzialità del pianoforte solo con “Movie Themes for Piano Solo”.

Poi la necessità di cambiare dimensione.

«Dopo quel disco mi sono detto che era arrivato il momento di mettere insieme tutta la formazione accumulata fino a oggi. Così è nato il progetto con la big band».

Nella vita professionale di Spinosa restano anche alcuni incontri che hanno lasciato un’impronta profonda. Uno porta inevitabilmente a Pino Daniele.

«L’incontro con Pino è stato importantissimo. Avvenne nel 2011, a Napoli, negli studi televisivi della Rai. Da ragazzo avevo studiato la sua musica come tanti giovani musicisti napoletani. Ritrovarmi a suonare con lui e a scrivere gli arrangiamenti orchestrali per la sua musica è stato uno degli incontri più belli della mia carriera».

Nel suo archivio personale compaiono anche esperienze con Michael Bolton e musicisti internazionali incontrati nel corso degli anni, occasioni che Spinosa considera vere lezioni professionali.

«Vedere come certi artisti affrontano una prova, un soundcheck, il palco, osservare la naturalezza con la quale lavorano: sono esperienze che insegnano tantissimo».

Da qui nasce anche la sua riflessione sulle nuove generazioni.

Il compositore non demonizza la tecnologia. Al contrario, ne riconosce le straordinarie possibilità. Ma avverte il rischio di una frattura sempre più netta fra il presente e tutto ciò che lo ha preceduto.

«Le nuove generazioni hanno una marcia in più proprio grazie alla tecnologia. Però avverto una rottura con il passato: sembra quasi che esista soltanto l’oggi. Invece non possiamo dimenticare quello che ci hanno lasciato Wolfgang Amadeus Mozart, Ludwig van Beethoven, il jazz, la musica colta e la grande canzone».

Il punto, per Spinosa, non consiste nel chiedere ai giovani di replicare il percorso di studio delle generazioni precedenti, bensì nel ricordare che anche il linguaggio più sintetico del presente nasce da una sedimentazione antica.

«I loop, i groove, le tecnologie contemporanee sono anche la sintesi di ciò che il passato ci ha consegnato. Un giovane che vuole diventare un musicista completo deve conoscerlo».

E il discorso non riguarda soltanto la classica o il jazz.

«Bisogna studiare i grandi cantautori: Pino Daniele, Francesco De Gregori, gli autori capaci di regalarci testi, poesie e musiche straordinarie. Oggi spesso tutto viene ridotto all’essenziale. Ma, se dietro quell’essenziale esiste la conoscenza della tradizione, allora può migliorare, ampliarsi e magari produrre nuove perle».

Interessante anche la sua lettura del rapporto fra jazz e pubblico.

Spinosa distingue nettamente la dimensione strumentale da quella vocale. Il jazz puramente strumentale, osserva, richiede un ascoltatore disposto a seguire lo sviluppo del pensiero musicale, la trasformazione del tema e il percorso dell’improvvisazione.

«Non significa che il pubblico debba avere studiato musica. Stefano Bollani lo ha spiegato benissimo: chi ascolta non deve necessariamente essere un musicista. Serve però una familiarità con quel linguaggio, un’abitudine all’ascolto che permetta di seguire ciò che accade sul palco».

Il jazz vocale possiede invece una soglia d’ingresso più immediata: una voce, una melodia riconoscibile, una relazione emotiva che avvicina più facilmente l’ascoltatore.

“My World” sembra collocarsi precisamente nel territorio intermedio fra queste esigenze: conservare la sofisticazione della scrittura senza rinunciare alla capacità di comunicare.

La tecnica è considerevole, gli arrangiamenti sono stratificati, la macchina orchestrale imponente. Ma dietro le partiture resta una convinzione molto più semplice: la musica sopravvive soltanto se riesce a trasmettere qualcosa da un essere umano a un altro.

Ed è probabilmente questo il significato più profondo del titolo scelto da Massimo Spinosa. “My World” non indica un recinto privato. È piuttosto una porta aperta sul percorso di un musicista che ha attraversato jazz, televisione, canzone, orchestra, pianoforte e tecnologia senza scegliere di rinnegare nessuno di questi mondi.

Alla fine rimane una lezione che supera perfino il disco: innovare non significa cancellare ciò che è venuto prima. Significa conoscerlo abbastanza bene da avere, finalmente, qualcosa di nuovo da aggiungere.