Santa Maria a Vico, spunta “Non a mio nome”: la rivolta elegante della scheda bianca agita il salotto elettorale

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Santa Maria a Vico (Giusy De Simone) Quando la politica locale pare aver già disposto le sedie, lucidato i simboli e apparecchiato la consueta tavola del consenso, accade talvolta che qualcuno spenga la musica e domandi, con impeccabile garbo, se il menù sia davvero l’unico possibile. È ciò che sta avvenendo a Santa Maria a Vico, dove nella già avviata corsa per il rinnovo del Consiglio comunale ha fatto irruzione un soggetto inatteso, dal nome tagliente e insieme teatrale: “Non a mio nome – Amici della Scheda Bianca”.

Una formula lessicale che ha il sapore del manifesto, del dissenso cesellato, della protesta in giacca stirata. Non urla, non strepita, non agita forconi metaforici: semplicemente nega delega. E, in tempi di dichiarazioni sovrabbondanti e parole inflazionate, il rifiuto espresso con stile possiede ancora una sua forza quasi scandalosa.

Il gruppo si è presentato con un testo tanto breve quanto chirurgico: si rivolge a quei cittadini-elettori che non si riconoscono nei candidati delle uniche due liste presentate e a quanti considerano i contendenti “due facce della stessa medaglia”. Immagine antica, sempre efficace: cambia il conio, resta il metallo.

Apriti cielo. Nel volgere di pochi minuti, la pubblicazione ha acceso discussioni, sussurri, approvazioni discrete, insofferenze immediate, sarcasmi di ritorno e il tradizionale sport municipale dell’interpretazione universale. Perché nei centri dove tutti conoscono tutti, nessuna frase è soltanto una frase: diventa indizio, allusione, frecciata, genealogia politica, talvolta persino romanzo familiare.

Santa Maria a Vico, baricentro della Valle di Suessola e realtà significativa della provincia di Caserta, affronta un passaggio amministrativo rilevante. Viabilità, manutenzione, servizi, assetto urbanistico, occasioni produttive, spazi pubblici: questioni concrete, spesso meno appariscenti delle schermaglie elettorali ma infinitamente più serie. Eppure il confronto sembrava ridotto a una scelta binaria, quasi da scaffale: prendere o lasciare.

È qui che “Non a mio nome” inserisce il cuneo. Il movimento, almeno allo stato attuale, non si presenta come lista concorrente, bensì come comunità del dissenso organizzato. In sostanza: se l’offerta non persuade, si può entrare ugualmente nel seggio e manifestare il proprio disaccordo attraverso la scheda bianca. Una mossa che restituisce nobiltà civica a un gesto spesso liquidato con superficialità.

Vale la pena ricordarlo: l’astensione tace, la scheda bianca parla. La prima si sottrae; la seconda partecipa e contesta. Una differenza sottile, ma decisiva. Da qui il tratto più interessante dell’iniziativa: trasformare un atto individuale e silenzioso in messaggio collettivo e riconoscibile.

Naturalmente non mancano gli scettici. C’è chi osserva che protestare è semplice, amministrare meno. C’è chi domanda nomi, cognomi, volti, curriculum, idee verificabili. Interrogativi legittimi. Ogni dissenso, per non evaporare in posa estetica, deve prima o poi affrontare la fatica del progetto. Anche il più raffinato dei “no”, se resta soltanto formula, rischia di diventare accessorio retorico.

Resta inoltre la curiosità attorno ai promotori. Chi sono? Ex amministratori delusi? Professionisti insofferenti? Giovani in cerca di spazio? Cittadini senza tessera né padrini? L’anonimato iniziale, si sa, nei piccoli centri produce più congetture di un trattato di geopolitica.

Eppure, al di là delle simpatie o delle irritazioni, il fenomeno segnala qualcosa di autentico: una porzione della cittadinanza avverte distanza rispetto ai canali consueti della rappresentanza. Quando nasce un movimento che rivendica persino il diritto di non scegliere tra opzioni considerate insufficienti, significa che il problema precede la polemica e riguarda la qualità dell’offerta politica.

Le prossime settimane diranno se “Non a mio nome” resterà una brillante incursione semantica o diventerà laboratorio civico stabile. Molto dipenderà dalla capacità di mutare l’ironia in proposta, l’eleganza in struttura, il malumore in visione.

Per ora una certezza c’è: a Santa Maria a Vico la campagna elettorale non è più soltanto una gara tra due liste. È comparso un convitato inatteso che non chiede posto a tavola, ma domanda perché il menù sia sempre lo stesso. E talvolta, più del commensale rumoroso, inquieta proprio chi si limita a sollevare il coperchio.