Santa Maria Capua Vetere, “Caos” conquista il Teatro Garibaldi: Ferdinando Troiano e il cast trasformano il mito in una potente riflessione sull’uomo contemporaneo

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Santa Maria Capua Vetere (Miriam Giusti) Una scarica emotiva improvvisa, quasi una detonazione dell’anima collettiva, ha attraversato domenica sera il Teatro Garibaldi di Santa Maria Capua Vetere. Il sipario si è aperto su “Caos (sull’Olimpo c’è di peggio)”, opera diretta da Ferdinando Troiano, e nel giro di pochi istanti il pubblico si è ritrovato catapultato dentro una rappresentazione capace di fondere mito, ironia, inquietudine sociale e profondità umana in una dimensione teatrale sorprendentemente viva.

Non una semplice commedia, non un tradizionale adattamento classico, ma un viaggio scenico nel disordine dell’esistenza contemporanea, costruito attraverso un linguaggio raffinato e accessibile allo stesso tempo. Troiano ha saputo utilizzare la struttura del mito come una lente attraverso cui osservare le fragilità dell’epoca moderna, le tensioni generazionali, la perdita di riferimenti e la necessità, oggi più che mai urgente, di recuperare un’autenticità emotiva.

Nel corso dell’intervista rilasciata al termine dello spettacolo, il regista ha chiarito il nucleo filosofico dell’opera, spiegando come il teatro contemporaneo debba necessariamente dialogare con il presente.

«Portare la cultura oggi, soprattutto tra i giovani, attraverso l’aspetto evocativo di un tempo non ha più lo stesso effetto quanto quello di trasportarla nella realtà di oggi», ha affermato Troiano, delineando una poetica teatrale che rifiuta l’immobilismo nostalgico per trasformare la tradizione in esperienza viva.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più riusciti della rappresentazione: la capacità di mantenere intatta la forza archetipica dei miti antichi pur rendendoli profondamente riconoscibili agli occhi del pubblico contemporaneo.

«Questo parallelismo permette ai ragazzi di tenere ancora più forte questa sorta di storia e quindi di apprezzare maggiormente l’aspetto culturale», ha aggiunto il regista.

La scrittura scenica si muove così tra leggerezza e profondità, alternando momenti di intensa comicità ad altri di forte impatto riflessivo. Troiano ha raccontato di aver costruito l’impianto narrativo rispettando il più possibile l’autenticità delle leggende classiche.

«Io ci ho tenuto ad avere un canovaccio quanto più verosimile possibile ai miti, alle leggende, a tutto», ha spiegato.

Ma la fedeltà culturale non ha mai sacrificato la vitalità teatrale. Al contrario, l’ironia diventa il veicolo privilegiato attraverso cui trasmettere il messaggio.

«Sperando che col divertimento, con l’ilarità, cercando di fare anche quattro risate, si potesse allo stesso tempo mantenere fede alla storia», ha sottolineato Troiano.

Ad arricchire ulteriormente la potenza emotiva dello spettacolo è stato il contributo degli interpreti, capaci di trasformare i personaggi mitologici in figure profondamente umane, vicine alle inquietudini e alle contraddizioni della vita reale.

Teresa De Bernardo, interprete di Teti, ha raccontato il rapporto intimo costruito con il proprio personaggio, evidenziando quanto le fragilità interiori rappresentate sulla scena appartengano in realtà all’esperienza quotidiana di ciascun individuo.

«Le contraddizioni si attraversano tutti i giorni della nostra vita perché noi stessi siamo ricchi di contraddizioni», ha dichiarato l’attrice. «Dentro ognuno di noi esistono principi etici e valori di base. In questo mi sono rispecchiata molto in Teti, perché credo fortemente nel valore dei sentimenti e quindi dell’amore. Nonostante a volte si possa soffrire bisogna sempre crederci».

Parole che restituiscono perfettamente la dimensione più profonda dello spettacolo: quella tensione continua tra fragilità e speranza che attraversa l’intera rappresentazione.

Anche Silvano Alessandro Ragucci, interprete di Peleo, ha evidenziato il forte coinvolgimento personale maturato durante il lavoro scenico.

«Per via di alcune esperienze vissute anche di recente, mi sono rispecchiato molto nel personaggio», ha confidato. «Al di là della comicità, che ammetto mi assomiglia un po’, mi ritrovo molto nell’essenza di quest’uomo innamorato. Un uomo che davanti a mille peripezie non si è mai arreso, affrontando tutto con rispetto e che, quando è arrivato il momento di fare un passo indietro, ha avuto la maturità di farlo».

L’intensità emotiva della rappresentazione ha trovato il proprio apice proprio nel rapporto tra attore e personaggio. Entrambi gli interpreti hanno raccontato come il palcoscenico riesca spesso ad annullare il confine tra tecnica e autenticità emotiva.

«Sì, assolutamente sì», ha spiegato Teresa De Bernardo parlando dei momenti in cui il personaggio sembra prevalere sull’attore. «Sul palco si crea una magia particolare: ti senti veramente dentro quella storia e in quel momento sei il personaggio. Questa è la cosa più bella del teatro».

Una riflessione condivisa anche da Ragucci, che ha descritto il proprio approccio scenico come un’esperienza quasi istintiva.

«La tecnica sicuramente c’è, ma una volta assimilata diventa parte di te», ha raccontato. «Quando salgo sul palco è quasi tutto istinto. Ed è proprio questo che mi fa godere delle risate del pubblico: le sento, le aspetto e me le godo appieno».

La rappresentazione ha alternato momenti di comicità brillante a passaggi di intensa riflessione sociale, affrontando con delicatezza temi legati alla guerra, al disagio contemporaneo e alla responsabilità individuale.

Particolarmente significativo il finale affidato al personaggio di Teseo, attraverso un monologo scritto da uno dei giovani protagonisti dello spettacolo e successivamente adattato teatralmente da Troiano. Un passaggio capace di introdurre una luce inattesa dentro il disordine evocato dall’intera opera.

«Per i giovani tanta speranza si intravede, nonostante le guerre e tutto quello che sta succedendo», ha spiegato il regista. «Terminare con la speranza è una cosa bella, perché dobbiamo avere una visione ottimista».

Anche gli attori hanno sottolineato l’importanza del messaggio lasciato al pubblico oltre il semplice intrattenimento.

«Sicuramente il divertimento è stato l’elemento prevalente», ha osservato Teresa De Bernardo. «Però lo spettacolo portava con sé messaggi profondi e importanti, soprattutto in questo preciso momento storico. Va bene la leggerezza, dobbiamo concedercela, ma dobbiamo anche avere coscienza di essere partecipi della storia e di ciò che accade».

Sulla stessa linea Silvano Alessandro Ragucci, che ha evidenziato una caratteristica costante della scrittura teatrale di Troiano.

«Ogni opera scritta da Ferdinando Troiano ha questa peculiarità: una comicità sempre accompagnata da un insegnamento», ha affermato. «È bello che alle persone rimanga uno spunto di riflessione vissuto però con leggerezza, dopo aver trascorso una domenica sera in allegria».

Ed è forse proprio questa la più grande vittoria di “Caos”: riuscire a far convivere il sorriso e il pensiero, la leggerezza e la coscienza civile, il divertimento e la profondità culturale.

Nel magnifico scenario del Teatro Garibaldi, autentico presidio storico della tradizione scenica sammaritana, il pubblico non ha semplicemente assistito a uno spettacolo. Ha attraversato un’esperienza collettiva fatta di emozioni, interrogativi e consapevolezze.

Perché il vero caos evocato sulla scena non appartiene soltanto agli dèi dell’Olimpo. È quello silenzioso che abita le fragilità dell’uomo contemporaneo. E il teatro, ancora una volta, ha dimostrato di possedere la straordinaria capacità di trasformare quel disordine in una possibilità di rinascita.