– Nel maxiprocesso sui presunti pestaggi nel carcere “Francesco Uccella” la difesa dell’agente Giuseppe Di Monaco ricostruisce testimonianze, immagini e alibi: per lui anche la Procura ha chiesto l’assoluzione
– L’avvocato Gianfranco Carluccio contesta l’attendibilità dell’unica accusa rivolta al suo assistito e richiama la testimonianza che lo collocherebbe nell’ala Volturno: «Occorre riempire il quadro con contenuti concreti e reali»
Santa Maria Capua Vetere (Te.Pa.) – Si è svolta ieri, mercoledì 16 settembre, davanti alla Corte d’Assise di Santa Maria Capua Vetere, presieduta da Claudia Picciotti, l’udienza dedicata alla discussione delle difese nel maxiprocesso sui fatti avvenuti nel carcere “Francesco Uccella”.
Al centro della giornata l’arringa dell’avvocato Gianfranco Carluccio, difensore di Giuseppe Di Monaco, agente della Polizia penitenziaria e unico, tra i 104 imputati per i quali la Procura ha formulato richieste di pena per complessivi quasi 800 anni di reclusione, ad aver ricevuto dallo stesso pubblico ministero una richiesta di assoluzione.
Carluccio ha aperto il proprio intervento riconoscendo «l’onestà intellettuale della Procura» nell’aver chiesto l’assoluzione del suo assistito, sottolineando tuttavia la necessità, in vista della decisione della Corte, di «riempire questo quadro» attraverso «contenuti concreti e reali».
Il legale ha quindi ripercorso l’intero iter giudiziario relativo alla posizione di Di Monaco, soffermandosi in particolare sulle dichiarazioni del detenuto Salvatore Quaranta, indicato dalla difesa come l’unico testimone ad aver accusato direttamente l’agente.
Secondo la ricostruzione proposta nell’arringa, le dichiarazioni rese da Quaranta presenterebbero alcune contraddizioni tra la fase delle indagini preliminari e quella dibattimentale.
Nelle sommarie informazioni del 20 maggio 2020, il detenuto avrebbe indicato Di Monaco come l’uomo che, vestito in abiti civili, con jeans e giubbotto, sarebbe entrato nella cella colpendolo con due schiaffi. Nel corso del dibattimento, invece, durante il primo controesame, Quaranta non sarebbe stato in grado di precisare se la persona in questione indossasse abiti civili oppure l’uniforme d’ordinanza.
Un altro passaggio dell’arringa ha riguardato le immagini delle telecamere di sorveglianza. La difesa ha prodotto diversi fotogrammi relativi al percorso compiuto da Quaranta tra la cella, i corridoi e l’area passeggi nella giornata del 6 aprile 2020, sostenendo che in nessuno di essi sarebbe visibile una persona compatibile con le caratteristiche fisiche di Di Monaco.
Secondo Carluccio, l’uomo individuato nei filmati come presunto aggressore apparirebbe «alto e pelato, di corporatura esile», caratteristiche che, nella prospettazione difensiva, non corrisponderebbero a quelle del proprio assistito.
La difesa ha inoltre richiamato la testimonianza resa nel corso del dibattimento dal detenuto Giovanni Venturato, secondo il quale Di Monaco, nella fascia oraria interessata dai fatti, indicativamente compresa tra le 15 e le 18.45, si sarebbe trovato nell’ala Volturno, impegnato nella preparazione dei pasti insieme ad alcuni detenuti.
Una circostanza che, secondo Carluccio, renderebbe «fieramente illogica» la ricostruzione accusatoria, considerando la distanza che separerebbe l’ala Volturno dal reparto Nilo, teatro degli episodi oggetto del procedimento.
Il legale ha inoltre evidenziato che nessuno degli altri tre detenuti presenti nella stessa cella di Quaranta – Ciro Esposito, Giovanni Iodice e Massimiliano Perrone – avrebbe riconosciuto Di Monaco tra i responsabili delle condotte contestate.
Al termine dell’arringa Carluccio ha quindi chiesto alla Corte l’assoluzione del proprio assistito, sostenendo che Giuseppe Di Monaco non avrebbe commesso i fatti a lui contestati e sollecitando una pronuncia pienamente liberatoria.
Nella stessa udienza sono state discusse anche altre posizioni. L’avvocato Francesco Moronese ha pronunciato la propria arringa nell’interesse dell’imputato Massimo Oliva, accusato di frode processuale in relazione a presunte alterazioni di video e metadati fotografici. Anche in questo caso la difesa ha chiesto l’assoluzione.
È intervenuta inoltre l’avvocata Anna Maria Ferriero, difensore dell’ispettore Gianni Greco, nei confronti del quale la Procura ha formulato una richiesta di condanna a sette anni di reclusione.
Il processo è stato aggiornato a oggi, giovedì 17 settembre, quando davanti alla Corte d’Assise proseguiranno le discussioni degli altri difensori.
Il procedimento non è ancora giunto a sentenza. Le contestazioni formulate nei confronti degli imputati e le ricostruzioni emerse nel corso del dibattimento dovranno essere valutate dalla Corte, nel rispetto della presunzione di innocenza fino a un eventuale accertamento definitivo di responsabilità.

