Santa Maria Capua Vetere, processo sulle violenze in carcere: la morte di Hakimi al centro dell’arringa, «abbandonato dopo i pestaggi»

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– Ripreso il maxi-processo per i fatti del 6 aprile 2020 nel penitenziario sammaritano. Sono 105 gli imputati tra appartenenti alla Polizia penitenziaria, funzionari del Dap e medici. Il legale della famiglia del giovane algerino ha ricostruito in aula le ore successive alle violenze

– Secondo la parte civile, Hakimi Lamine arrivò nel reparto di isolamento in condizioni gravissime e senza ricevere un’assistenza adeguata. Circa trenta imputati rispondono, a vario titolo, anche per le contestazioni legate alla sua morte

Santa Maria Capua Vetere (Redazione) – Alcune vicende giudiziarie non si esauriscono nella conta degli imputati, nella successione delle udienze o nella freddezza dei capi d’accusa. Restano sospese dentro una domanda più difficile: che cosa accade quando la fragilità di un uomo entra in contatto con un sistema che avrebbe dovuto custodirlo? È attorno a questa domanda che torna a muoversi il maxi-processo sulle violenze avvenute il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, in pieno lockdown.

Il procedimento è ripreso con le discussioni degli avvocati delle parti civili. Sul banco degli imputati siedono complessivamente 105 persone, in larga parte ufficiali e sottufficiali della Polizia penitenziaria in servizio quel giorno, oltre a funzionari del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e medici.

Al centro dell’ultima udienza è tornata soprattutto la vicenda di Hakimi Lamine, il detenuto algerino di 28 anni morto circa un mese dopo gli episodi del 6 aprile, mentre si trovava in una cella del reparto di isolamento.

A ricostruirne la storia davanti alla Corte è stato l’avvocato Luigi Romano, difensore dei familiari del giovane.

Secondo la tesi sostenuta dalla parte civile, il 6 aprile 2020 nel reparto Nilo del penitenziario si sarebbe consumata una «rappresaglia a freddo» contro circa 300 detenuti, dopo le proteste della sera precedente scaturite dalla notizia della positività al Covid di un recluso.

Hakimi, indicato come uno dei promotori della protesta, sarebbe stato sottoposto a violenze particolarmente gravi. Una ricostruzione che si inserisce nel materiale già esaminato nel corso del dibattimento e nelle immagini registrate dai sistemi interni di videosorveglianza.

La sua vicenda era stata affrontata anche durante la requisitoria dei pubblici ministeri Alessandro Milita, Daniela Pannone e Alessandra Pinto. Proprio Milita, riferendosi al caso del ventottenne, lo aveva definito un episodio «terribile» per la dinamica ricostruita dall’accusa.

Secondo quanto riportato dall’Ansa, dopo le violenze Hakimi sarebbe stato dapprima condotto in una cella al piano terra, dove – secondo la ricostruzione prospettata in aula – avrebbe subito ulteriori colpi, e successivamente trasferito nel reparto di isolamento Danubio. Qui sarebbe arrivato in condizioni fisiche estremamente compromesse.

Un altro detenuto avrebbe raccontato di averlo visto vomitare sangue. La parte civile ha inoltre sostenuto che il giovane sarebbe stato nuovamente colpito e successivamente lasciato senza un adeguato intervento sanitario, nonostante il dolore e le richieste di aiuto.

Il legale dei familiari ha ricordato che, la sera del 6 aprile, al ventottenne sarebbe stata somministrata una Tachipirina. Solo il 17 aprile, grazie all’intervento del magistrato di sorveglianza Marco Puglia, Hakimi venne sottoposto a una visita medico-legale.

In quell’occasione gli sarebbe stato diagnosticato un politrauma contusivo, localizzato principalmente al volto, al dorso e agli arti inferiori.

Nel processo è emerso anche che il giovane soffriva di un disturbo della personalità. Secondo quanto sostenuto dalla parte civile sulla base delle valutazioni medico-legali acquisite, le sue condizioni sarebbero state incompatibili con un prolungato isolamento e avrebbero richiesto una sorveglianza particolare.

Il periodo trascorso nel reparto di isolamento costituisce infatti uno degli aspetti centrali della ricostruzione. Hakimi vi sarebbe dovuto rimanere per quindici giorni, mentre vi restò fino al 4 maggio, giorno della sua morte.

Il decesso avvenne dopo l’assunzione di un mix di farmaci. Per la Procura, tuttavia, la morte sarebbe collegata anche alle condizioni psicofisiche nelle quali il giovane si trovava dopo le violenze subite. È questo uno dei nodi sui quali il processo dovrà pronunciarsi, attraverso la valutazione delle responsabilità individuali e del nesso causale contestato dall’accusa.

Della morte di Hakimi rispondono, a vario titolo, circa trenta imputati. Le contestazioni comprendono, secondo le diverse posizioni processuali, la morte come conseguenza del reato di tortura e l’omicidio colposo.

Tra gli imputati indicati nell’articolo dell’Ansa figurano Pasquale Colucci, Gaetano Manganelli, Annarita Costanzo e Roberta Maietta, oltre all’ex direttore regionale delle carceri Antonio Fullone, agli ex dirigenti del penitenziario Maria Parenti e Arturo Rubino, nonché ai medici Giovanni Capuano e Francesco Andreozzi.

Le singole posizioni, naturalmente, restano sottoposte al vaglio del processo e dovranno essere valutate dalla Corte sulla base delle prove, delle tesi dell’accusa e delle argomentazioni delle difese.

Nell’arringa è stato affrontato anche il ruolo dei sanitari. La parte civile ha sostenuto che alcuni medici avrebbero contribuito a sostenere una ricostruzione successiva ai fatti, contestando in particolare certificazioni relative a presunte lesioni riportate dagli agenti. Anche questo aspetto costituisce materia processuale e dovrà essere verificato nel confronto tra le parti.

Il dibattimento entra dunque in una fase decisiva, nella quale alle ricostruzioni investigative e alla requisitoria della Procura si affiancano ora le conclusioni delle parti civili e, successivamente, le difese degli imputati.

A più di sei anni dai fatti, il processo di Santa Maria Capua Vetere continua a confrontarsi con una delle pagine più controverse della storia recente dell’amministrazione penitenziaria italiana.

E dentro un procedimento enorme, fatto di decine di posizioni, filmati, testimonianze e responsabilità ancora da accertare, resta il nome di un ragazzo di ventotto anni. Hakimi Lamine. Perché la giustizia dovrà stabilire chi abbia commesso cosa; ma il processo, prima ancora della sentenza, continua a interrogare lo Stato sul confine invalicabile tra custodia e violenza, disciplina e dignità umana.