Sette persone nella rete, gestivano traffico di cocaina e crack a Mondragone

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Mondragone (di Carlo Pascarella) All’alba, quando la città appare ancora sospesa tra silenzio e abitudine, le maglie di un’indagine lunga mesi si sono strette attorno a un presunto circuito dello spaccio che, lontano dai riflettori, avrebbe scandito per settimane il ritmo nascosto di Mondragone. Non un episodio isolato, ma — secondo l’impianto accusatorio — un flusso continuo, quasi ordinario nella sua ripetizione, capace di insinuarsi tra le pieghe della vita quotidiana.

È in questo scenario che si inserisce l’operazione condotta dai Carabinieri del Reparto Territoriale, sotto il coordinamento della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, culminata nell’esecuzione di misure cautelari nei confronti di sette persone. Luigi Palumbo, 49 anni, è stato condotto in carcere. I suoi figli, Ernesto, 26 anni, e Fernando Palumbo, di 24, insieme ad Antonio Musto, 58 anni, sono stati invece posti agli arresti domiciliari. Per Angelo Romano, 45 anni, Felice Galluccio, 59 anni, Salvatore Rinaldi, 27 anni, è stato disposto il divieto di dimora nel comune di Mondragone. Le ipotesi di reato, formulate nella fase iniziale delle indagini, riguardano la detenzione ai fini di spaccio e il traffico di sostanze stupefacenti, in concorso tra loro.

Il provvedimento del giudice per le indagini preliminari delinea un quadro cautelare articolato: una persona è stata condotta in carcere, tre ristrette ai domiciliari, una destinataria del divieto di dimora nel territorio comunale, mentre per altre due è stato imposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

L’attività investigativa, sviluppatasi nell’arco di circa quattro mesi, avrebbe consentito di ricostruire — secondo gli inquirenti — numerosi episodi di cessione di cocaina e crack, tratteggiando i contorni di una rete operativa stabile. Non si tratterebbe, dunque, di dinamiche episodiche, bensì di un sistema capace di alimentare una domanda costante, radicandosi in specifici segmenti urbani.

Le indagini avrebbero fatto emergere modalità di azione reiterate, fondate su contatti diretti e su una gestione delle forniture che — nella prospettazione accusatoria — garantiva continuità al mercato illecito. Una struttura fluida, difficilmente percepibile dall’esterno, ma sufficientemente organizzata da sostenere un’attività protratta nel tempo.

L’operazione si colloca in un contesto territoriale complesso, in cui il fenomeno dello spaccio continua a rappresentare una presenza carsica: non sempre visibile, ma capace di riaffiorare con regolarità, adattandosi alle trasformazioni sociali ed economiche.

I dettagli dell’inchiesta saranno illustrati nel corso di una conferenza stampa presso la Procura di Santa Maria Capua Vetere, alla presenza del Procuratore Aggiunto Vicario Graziella Arlomede, del Tenente Colonnello Antonio Bandelli e del Capitano Emanuele Romano, che delineeranno i contorni investigativi dell’operazione.

E tuttavia, oltre il dato giudiziario, resta una domanda che attraversa il territorio: quanto è profonda la radice di questi fenomeni e quanto, invece, la loro capacità di rigenerarsi dopo ogni intervento repressivo? Perché se è vero che le indagini illuminano porzioni di realtà altrimenti sommerse, è altrettanto evidente che il contrasto allo spaccio non può esaurirsi nell’azione penale, ma chiama in causa equilibri più ampi, sociali ed economici.

Mondragone, ancora una volta, si scopre specchio di una tensione irrisolta: quella tra legalità e marginalità, tra controllo e vulnerabilità. E in questa linea sottile, ogni operazione rappresenta un punto fermo, ma mai — davvero — un punto finale.