di Redazione
Vitulazio – C’è un istante in cui una voce trascende se stessa: smette di appartenere unicamente a chi la
possiede e inizia a vibrare nei cuori di chi ascolta, insinuandosi come una promessa ancora in divenire.
È in questo fragile equilibrio tra aspirazione e destino che si colloca il percorso di Bernadette Picozzi,
giovane interprete campana che, pur muovendo i primi passi nel panorama musicale, rivela una maturità
e una visione artistica sorprendenti.
Nata e cresciuta a Vitulazio, in provincia di Caserta. Bernadette ha costruito il proprio talento con
disciplina quotidiana e coscienza estetica. A soli diciannove anni, ha già composto brani inediti, calcato
il palco di Sanremo e ottenuto il sostegno del maestro Vincenzo Capasso e dell’accademia VMA
Production. Il suo obiettivo prossimo è il Conservatorio, che considera non solo un’istituzione formativa
ma un’autentica palestra per l’identità artistica e professionale.
«Sono Bernadette Picozzi, ho diciannove anni e porto con me un amore profondo per la musica»,
esordisce con compostezza, rivelando una lucidità rara per la sua età.
Bernadette, per chi ancora non ti conosce, potresti delineare le origini del tuo percorso artistico?
Come sei giunta a intraprendere questa carriera così giovane, e quali tappe ritieni fondamentali
nel tuo primo cammino musicale?
«La mia passione per la musica si è sviluppata sin dall’infanzia, in maniera quasi istintiva. Ho avuto la
fortuna di crescere in un ambiente familiare che mi ha sempre incoraggiata e mai frenata nelle mie
inclinazioni artistiche. Le prime esperienze formative sono state accompagnate dall’accademia VMA
Production e soprattutto dal maestro Vincenzo Capasso, che ha saputo guidarmi con dedizione e rigore.
Credo che ogni incontro, ogni consiglio e persino le critiche ricevute siano stati strumenti preziosi per
comprendere cosa significhi realmente essere un’artista».
Ci puoi parlare del sostegno ricevuto dai tuoi maestri e dell’importanza della guida in questa fase
delicata della tua crescita artistica?
«Il maestro Capasso rappresenta una presenza imprescindibile: non si limita a correggere la tecnica, ma
lavora affinché io comprenda la musica nella sua dimensione emotiva e comunicativa. Ogni lezione è un
esercizio di consapevolezza, un invito a costruire non soltanto il mio timbro vocale, ma la mia identità
interpretativa. Ritengo che un sostegno di questo livello, unito alla serietà dell’accademia, sia
fondamentale per chi desidera approcciarsi professionalmente al mondo del canto».
Hai espresso l’intenzione di accedere al Conservatorio. Quali aspetti della formazione accademica
ritieni cruciali per il tuo sviluppo artistico e professionale?
«Il Conservatorio rappresenta per me una vera “formamentis”, un percorso di approfondimento
strutturato e rigoroso. Non si tratta soltanto di affinare la tecnica, ma di acquisire strumenti che
permettano di affrontare il mestiere dell’artista con consapevolezza e autonomia. Spero che questa
esperienza possa consolidare la mia identità e aprirmi opportunità concrete di crescita e carriera».
Guardando alle prime esperienze pubbliche, quali momenti consideri più significativi e perché?
«Tra le esperienze più emblematiche vi è senza dubbio il palco di Sanremo, che resta un momento
indimenticabile. Ma altrettanto preziosi sono stati gli incontri con professionisti del settore, le esibizioni
più piccole e la composizione dei miei primi brani inediti. Ogni momento ha rappresentato un insegnamento: le critiche negative sono state tanto formative quanto gli apprezzamenti, perché mi hanno
spinto a riflettere, crescere e affinare la mia espressione artistica».
Come interpreti il rapporto tra tecnica vocale e interpretazione scenica? Dove colloca la vera
essenza della musica?
«La tecnica è imprescindibile: senza controllo e consapevolezza non si può aspirare a una performance
credibile. Tuttavia, la musica acquista vita nella capacità di trasmettere emozione. Un’esecuzione
impeccabile, ma priva di sentimento, resta sterile. È l’interpretazione che imprime il segno, che lascia
una traccia nei cuori di chi ascolta, che fa sì che la musica diventi esperienza condivisa e non mera
sequenza di note».
Come percepisci il panorama musicale contemporaneo, soprattutto per quanto riguarda i giovani
e la produzione artistica attuale?
«Il panorama odierno è variegato e complesso. Esistono artisti che producono con leggerezza e altri che,
al contrario, mettono in campo valori profondi, testi curati, arrangiamenti elaborati e una chiara visione
di vita. Ritengo sia importante distinguere tra chi fa musica come esercizio superficiale e chi, invece,
utilizza la propria arte per comunicare emozioni e principi. Io mi colloco in quest’ultima prospettiva,
con l’intento di contribuire con autenticità».
Quali sono i tuoi obiettivi immediati e a lungo termine nella carriera musicale?
«Nel breve periodo desidero crescere artisticamente, pubblicare nuovi brani e affrontare con serietà il
Conservatorio. A lungo termine, il mio sogno è che la mia musica possa veicolare valori, emozioni e
riflessioni, affinché chi ascolta possa percepire non solo la mia voce, ma la mia dedizione, la mia
educazione e il mio impegno personale».
Quanto pesa il ruolo della famiglia nel tuo percorso artistico e umano?
«I miei genitori rappresentano il fondamento del mio equilibrio. Mi hanno sempre sostenuta e motivata,
senza mai imporre, ma guidando con affetto e convinzione. Questo sostegno non è solo conforto
emotivo, ma pilastro essenziale per affrontare le sfide del percorso artistico e della vita».
L’intervista con Bernadette Picozzi restituisce il ritratto di un’artista giovane, ma straordinariamente
consapevole: tecnica e sensibilità, disciplina e emozione, aspirazione e valori. La sua voce non canta
soltanto melodie: racconta storie, trasmette sentimento e promette un futuro in cui l’arte non si esaurisce
nel suono, ma diventa memoria e testimonianza dell’animo umano.
Tempo di lettura: 3 minuti
2026-04-08

