L’attrice Anna Damasco: «Lo spettacolo non è mai un atto unilaterale»

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Napoli – Una presenza scenica che si impone con naturale autorevolezza e una voce capace di restituire profondità emotiva e stratificazione culturale: Anna Damasco rappresenta oggi una delle espressioni più significative del teatro partenopeo contemporaneo.

Attrice di solida sensibilità interpretativa, Damasco affonda le proprie radici in una tradizione che non si limita a essere rievocata, ma viene costantemente rielaborata attraverso una ricerca personale rigorosa e consapevole. La sua formazione si inscrive in un contesto familiare in cui il teatro costituiva un elemento vivo e quotidiano, un patrimonio narrativo trasmesso oralmente e interiorizzato fin dall’infanzia. «Provengo da una famiglia di amanti del teatro di tradizione», racconta, «sono cresciuta ascoltando storie su figure come Luisa Conte e Nino Taranto»: un’eredità che ha inciso profondamente sulla costruzione della tua identità artistica.

Il suo percorso si articola attraverso momenti di rivelazione e passaggi decisivi: dalla precoce esperienza scolastica, segnata da un’esclusione che si trasforma in impulso creativo, fino alla scoperta della recitazione come pratica viva durante gli anni universitari, attraverso le visite teatralizzate nel centro storico di Napoli.

Negli anni, la sua presenza scenica si è consolidata grazie a collaborazioni rilevanti, tra cui quella con Salvatore Pinto nello spettacolo Tre Pecore Viziose, e il sodalizio con Oscar Di Maio, figura di riferimento nel suo percorso, con cui ha portato in scena diverse commedie di successo di Gaetano Di Maio al Teatro Trianon-Viviani. Parallelamente, il suo impegno come direttrice artistica dell’Associazione Musicale Natale Ciccarelli, guidata da Gerardo Ciccarelli, testimonia una visione culturale ampia e radicata nel territorio.

L’intervista che segue restituisce in forma diretta e articolata il pensiero di Anna Damasco, delineando una riflessione lucida sul teatro, sul mestiere dell’interprete e sul rapporto imprescindibile con il pubblico.

La tua identità artistica appare profondamente intrecciata alla tradizione teatrale napoletana. In che misura pensi che questo retroterra culturale abbia inciso sulla costruzione del tuo linguaggio scenico e della tua sensibilità interpretativa?
«L’appartenenza a Napoli non rappresenta soltanto un dato geografico o biografico, ma costituisce una matrice profonda, quasi un codice originario da cui muove ogni mia ricerca. Sono cresciuta in un contesto familiare in cui il teatro di tradizione veniva evocato attraverso racconti, memorie, figure emblematiche come Luisa Conte o Nino Taranto. Tutto questo ha alimentato in me, sin da bambina, una curiosità viva e una tensione verso quella dimensione scenica che ho poi cercato di coltivare con consapevolezza. Ritengo che le radici non debbano mai essere intese come un limite, bensì come un fondamento solido da cui partire per costruire un linguaggio personale».

La recente esperienza con “Tre Pecore Viziose” rappresenta un interessante esempio di rilettura della tradizione. Quali elementi di questo progetto ritieni abbiano contribuito maggiormente alla tua crescita artistica?
«Si è trattato di un’esperienza estremamente significativa, non soltanto per la qualità del lavoro svolto, ma anche per il dialogo costante tra tradizione e reinterpretazione. Il riadattamento operato da Salvatore Pinto, con l’ambientazione negli anni Settanta, ha permesso di traslare dinamiche umane universali in un contesto differente, dimostrando come certe strutture narrative mantengano intatta la loro efficacia».

Quanto è stato importante il lavoro con la compagnia?
«Fondamentale. Confrontarmi quotidianamente con colleghi di grande sensibilità e talento ha arricchito profondamente il mio percorso. Ivano Schiavi, nel ruolo della zia Beatrice, ha saputo imprimere al personaggio una verità e una leggerezza rare; Stefano Sannino e Enzo Attanasio hanno contribuito con

precisione e naturalezza, creando una sinergia che ha reso lo spettacolo vibrante. Lavorare in questo contesto, dove ogni attore dà il massimo e allo stesso tempo si ascolta reciprocamente, ha affinato i miei strumenti interpretativi e ha accresciuto la mia consapevolezza emotiva».

Il sodalizio con Oscar Di Maio sembra aver segnato una fase determinante della tua carriera. In che modo questa collaborazione ha contribuito alla tua evoluzione artistica e professionale?
«L’incontro con Oscar Di Maio ha rappresentato un momento di svolta. Collaboriamo da diversi anni e, in questo arco di tempo, ho avuto modo di confrontarmi con una visione teatrale rigorosa ma al contempo profondamente umana. È un punto di riferimento non solo artistico, ma anche culturale. Attraverso il lavoro condiviso, come nel caso di E’ Asciuto Pazzo ’o Parrucchiano di Gaetano Di Maio, ho potuto affinare strumenti interpretativi, apprendere il valore della disciplina scenica e comprendere quanto sia fondamentale il dialogo tra colleghi, regista e pubblico».

Ripercorrendo le origini della tua vocazione, esiste un momento preciso in cui hai percepito con chiarezza che la recitazione sarebbe divenuta la tua strada? «Se dovessi individuare un momento simbolico, tornerei agli anni della scuola media, quando riscrissi Il Ratto di Proserpina per un saggio. Nonostante il testo fosse stato accolto con entusiasmo, non mi venne assegnato alcun ruolo. Quell’episodio, anziché scoraggiarmi, ha generato una tensione interiore, una volontà di affermazione che si è rivelata determinante. Successivamente, durante gli anni universitari, le visite teatralizzate nel centro storico di Napoli hanno rappresentato una vera rivelazione: il contatto diretto con il pubblico, l’interpretazione di figure storiche, hanno acceso in me una consapevolezza nuova, trasformando un’intuizione in scelta e consolidando il desiderio di fare del teatro la mia vita».