Santa Maria Capua Vetere (Redazione) – «Sei un criminale». Con queste parole il pubblico ministero Alessandro Milita si è rivolto, nel corso della requisitoria del maxiprocesso sulle violenze avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, all’imputato Gaetano Manganelli, ex comandante della Polizia Penitenziaria dell’istituto penitenziario sammaritano, attualmente comandante del carcere di Salerno. Per lui è stata chiesta una condanna a 14 anni di reclusione.
Secondo il magistrato, Manganelli avrebbe tenuto una condotta «furba», rimanendo lontano dalle violenze. Pur non percorrendo i corridoi delle sezioni del reparto Nilo, dove i detenuti sarebbero stati malmenati, sarebbe infatti rimasto nel proprio ufficio.
Per il pubblico ministero, tuttavia, Manganelli è responsabile, al pari dell’ex comandante Colucci, per il quale sono stati richiesti 21 anni di reclusione, di tutti i reati contestati, dalla tortura alla morte di Hakimi, fino al depistaggio. Secondo l’accusa, era a conoscenza dei pestaggi e delle sofferenze subite dai detenuti, in particolare dei quindici ritenuti facinorosi perché considerati i promotori della protesta scoppiata la sera precedente al 6 aprile 2020, dopo la positività al Covid-19 di un detenuto. Proprio nei confronti di quei quindici reclusi Manganelli dispose contestazioni disciplinari.
«Come fai a emettere provvedimenti disciplinari nei confronti di persone pestate, di poveracci che sai perfettamente essere stati picchiati? Lo trovi lei il termine – ha affermato Milita, rivolgendosi a Manganelli, presente in aula con il proprio difensore –. Io ho scritto “aberrante”, ma si potrebbe dire anche “mostruoso”. Lei lo sa, e lo moltiplichi per un miliardo».
Il pubblico ministero ha infine contestato a Manganelli anche il comportamento tenuto nel corso delle indagini e del processo. In una prima fase, infatti, l’imputato aveva dichiarato di essere rimasto sempre nel proprio ufficio; successivamente, nel corso del dibattimento, avrebbe modificato la propria versione, sostenendo di essersi allontanato per occuparsi del trasferimento dei quindici detenuti.
Ecco le altre richieste di condanna: per Antonio Fullone, all’epoca dei fatti Provveditore regionale dell’Amministrazione Penitenziaria della Campania, il pubblico ministero ha chiesto 10 anni di reclusione. Per Maria Parente, allora direttrice reggente della Casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere, la richiesta è di 8 anni di carcere, la stessa pena invocata per l’allora vicedirettore Arturo Rubino. Si registra il lavoro brillante dell’avvocato Gianfranco Carluccio (studi a San Prisco e a Roma) a difesa di Giuseppe Di Monaco, per il quale è stata invocata l’assoluzione.
Per il dirigente medico Pasquale Iannotta sono stati chiesti 7 anni di reclusione, mentre per il medico Raffaele Stellato la richiesta è di 9 anni. Secondo l’accusa, entrambi avrebbero avuto un ruolo determinante perché avrebbero potuto documentare correttamente le lesioni riportate dai detenuti e garantire loro cure adeguate.

