Caserta, il divario dell’inclusione: dai grandi interventi nei siti simbolo alle barriere ancora presenti in città

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Caserta (Rosalba Moccia) – Città che splende nelle brochure turistiche internazionali e sui profili social di ogni parte del mondo, Caserta è la città monumentale, fiera di ospitare la Reggia vanvitelliana, uno dei complessi architettonici più visitati, ammirati e celebrati al mondo. Una maestosa residenza reale in cui l’inclusione ha trovato il suo spazio, a cominciare dagli Appartamenti Reali, oggi accessibili a tutti grazie ad ascensori moderni, navette dedicate che collegano i punti strategici del Parco della Reggia e la zona della Peschiera. Lo stesso vale per San Leucio, dotata di nuove rampe nate dall’unione d’intenti tra associazioni e istituzioni locali. A questo si aggiungono le delibere per il Piano di Eliminazione delle Barriere Architettoniche (P.E.B.A.) e i fondi europei stanziati per adeguare Palazzo Castropignano: interventi che danno l’impressione che un futuro più equo sia finalmente a portata di mano.

Poi, però, quando si esce dai cancelli dei luoghi simbolo riconosciuti dall’Unesco e ci si imbatte nella realtà di ogni giorno, la prospettiva cambia. Ed è una realtà che una città con questa eredità culturale e questa visibilità internazionale non può più permettersi di ignorare.

La verità è che, nel 2026, la vita quotidiana di una persona con disabilità a Caserta è ancora un percorso a ostacoli, sotto il profilo strutturale, psicologico e culturale. Viviamo in una società che, nei fatti, resta ancorata a un’idea di “normalità” costruita esclusivamente su misura di chi cammina senza difficoltà, di chi vede perfettamente, di chi ha un udito integro e di chi si muove senza limitazioni. Chi non rientra in questi parametri, troppo spesso, viene considerato parte di una categoria da gestire con interventi temporanei, bonus una tantum o, peggio ancora, con atteggiamenti pietistici.

Abbattere le barriere architettoniche non è un atto di generosità. L’adeguamento delle strade, dei palazzi e dei servizi non è beneficenza e non è un dono calato dall’alto, ma un diritto sancito dalla legge e dalla Costituzione. E ciò che è un diritto non dovrebbe essere né elemosinato né conquistato con continue battaglie. Vivere in una città a misura di tutti, nel 2026, dovrebbe rientrare nella più semplice normalità, perché ogni rampa non realizzata, ogni marciapiede impraticabile, rappresenta una limitazione della dignità e della libertà di movimento di cittadini che hanno una vita sociale, affettiva e lavorativa come chiunque altro.

Basta immaginare di attraversare Caserta in carrozzina o con un bastone bianco per scontrarsi con marciapiedi strettissimi che si interrompono improvvisamente, strade dissestate, parcheggi occupati da automobilisti che considerano le strisce gialle e gli scivoli come aree di sosta personali. Tutto questo porta, nella maggior parte dei casi, a rinunciare alla normalità di un caffè con gli amici, di una serata al ristorante o persino di una visita in uno studio medico, semplicemente perché all’ingresso c’è un gradino che diventa un ostacolo insormontabile. È una rinuncia all’autodeterminazione, termine che, così come “inclusione”, viene utilizzato sempre più spesso, ma che rischia di perdere il suo significato concreto.

Il paradosso più grande di questo 2026 è rappresentato dall’illusione della burocrazia. I piani strategici, i finanziamenti regionali intercettati e i tavoli tecnici sono passi avanti che nessuno intende sminuire. Tuttavia, la burocrazia ha tempi lunghi e rigidi, spesso incompatibili con le urgenze delle persone. Un progetto di fattibilità approvato può trasformarsi in un intervento concluso solo dopo anni, imprigionato tra bandi di gara che talvolta vanno deserti, ricorsi amministrativi e ritardi nell’erogazione dei fondi.

Ma la vita di una persona con disabilità, così come quella di chiunque altro, non può essere messa in pausa. Non esiste un interruttore da accendere o spegnere secondo i tempi della macchina amministrativa. Poter salire su un autobus con pedane realmente funzionanti serve oggi, non in un futuro indefinito. Così come la presenza di percorsi tattili e di semafori con segnalazione acustica per i non vedenti dovrebbe rappresentare la regola e non un’eccezione da immortalare sui social come fosse qualcosa di straordinario.

Caserta non può permettersi di vivere questa doppia identità, nella quale l’inclusione rischia di fermarsi esattamente dove termina il biglietto d’ingresso alla Reggia. È difficile immaginare una città che ambisce a essere una meta culturale e turistica di rilievo internazionale se, nello stesso tempo, costringe ancora molti cittadini a dipendere costantemente dall’aiuto degli altri per svolgere le attività più semplici della quotidianità.

Fino a quando la progettazione degli spazi collettivi continuerà a partire dall’idea di eccezionalità invece che dal principio universale del diritto di ogni persona, questa città non potrà definirsi pienamente inclusiva. La reale accessibilità resta il criterio più autentico per misurare il grado di civiltà di una comunità e, sotto questo profilo, Caserta ha già avviato un percorso importante, ma ha ancora molta strada da percorrere affinché possa essere davvero una città moderna e patrimonio di tutti coloro che la vivono.