– Al Sant’Anna e San Sebastiano sale il peso degli accessi: posti a sedere occupati e tempi che si dilatano soprattutto per gli accertamenti
– Sullo sfondo il futuro della rete provinciale: via libera al nuovo ospedale tra Santa Maria Capua Vetere e Capua, Raffaele Aveta chiede tempi rapidi per la gara
Caserta (Redazione) – La porta dell’emergenza non si chiude mai. Dietro quella soglia arrivano il dolore improvviso, la paura di una diagnosi, l’anziano accompagnato dai figli, il paziente che attende un esame e chi, dopo parecchie ore, comincia inevitabilmente a domandarsi quanto manchi al proprio turno. Al Pronto soccorso dell’Azienda ospedaliera Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta la pressione di questi giorni restituisce l’immagine di una sanità costretta a misurarsi con un afflusso imponente e con tempi di permanenza che, soprattutto per alcune prestazioni diagnostiche, possono diventare assai lunghi.
La fotografia è quella di una sala d’attesa frequentemente affollata, con le postazioni a sedere occupate e altre persone costrette a rimanere in piedi oppure all’esterno. Una situazione che non significa, tuttavia, immobilismo dell’assistenza: medici, infermieri, operatori sanitari e personale ospedaliero continuano a lavorare dentro una macchina che deve contemporaneamente accogliere le nuove urgenze, attribuire le priorità attraverso il triage, effettuare visite e accertamenti, gestire le osservazioni e predisporre eventuali ricoveri.
Secondo dati dell’Azienda riportati in queste ore dalla stampa locale, il Pronto soccorso casertano registra mediamente circa 200 accessi al giorno, con punte che possono raggiungere quota 250. Numeri sufficienti a spiegare almeno una parte della pressione esercitata sulla struttura, aggravata dalla difficoltà di reperire personale specializzato nell’emergenza-urgenza.
Il problema diventa particolarmente evidente nei percorsi riservati ai casi meno gravi. Il Pronto soccorso, per sua stessa natura, stabilisce infatti la precedenza sulla base della gravità clinica e non dell’ordine cronologico di arrivo. Un codice urgente sopraggiunto successivamente può dunque essere trattato prima di chi aspetta già da tempo. È una regola indispensabile dell’emergenza sanitaria, ma per chi trascorre molte ore nella sala d’attesa la distinzione tecnica finisce inevitabilmente per scontrarsi con la percezione concreta del disagio.
Le testimonianze raccolte raccontano proprio questo: persone entrate al mattino e ancora presenti molte ore dopo, accompagnatori in attesa, accertamenti radiografici capaci di prolungare considerevolmente la permanenza. In alcuni casi segnalati alla stampa si parla persino di attese superiori alle ventiquattro ore per una radiografia. La direzione ospedaliera ha riconosciuto l’esistenza di un problema di iperafflusso, sottolineando al tempo stesso l’impegno della struttura a prendere in carico i pazienti e a garantire osservazione e ricovero laddove necessari.
È su questo crinale che la questione smette di riguardare soltanto un reparto e diventa il termometro dell’intera organizzazione sanitaria territoriale. Un grande ospedale può sostenere l’urto dell’emergenza soltanto se alle sue spalle funziona una rete capace di intercettare ciò che emergenza propriamente non è: medicina territoriale, strutture intermedie, assistenza di prossimità e presidi destinati alle patologie di minore complessità.
Il quadro raccontato nell’edizione casertana de Il Mattino consegna precisamente questa contraddizione: da una parte l’affollamento e le testimonianze di chi attende a lungo, dall’altra il lavoro incessante degli operatori, chiamati a garantire cure e prestazioni mentre ambulanze e cittadini continuano ad arrivare. Il giornale riferisce di pazienti presenti da parecchie ore e di difficoltà soprattutto nei tempi necessari per completare alcuni controlli e accertamenti diagnostici.
Ridurre tutto alla formula del «caos», però, rischierebbe di essere troppo semplice. Dietro una sala d’attesa piena esiste una questione più profonda: comprendere quanti accessi siano realmente da Pronto soccorso e quanti, invece, potrebbero trovare una risposta efficace altrove. È precisamente su questa seconda categoria che una sanità territoriale più robusta potrebbe alleggerire l’ospedale maggiore e restituire all’emergenza la sua funzione originaria.
Un primo tassello potrebbe arrivare da Santa Maria Capua Vetere. È prevista infatti l’attivazione del Centro di Prime Cure presso l’ospedale Melorio, concepito per offrire assistenza anche a condizioni di minore complessità e ridurre il ricorso improprio ai servizi di emergenza-urgenza. La relativa organizzazione prevede un servizio destinato, tra l’altro, a patologie acute lievi, piccoli traumi e prestazioni infermieristiche.
Ma lo sguardo corre soprattutto al progetto del nuovo ospedale destinato al comprensorio di Santa Maria Capua Vetere e Capua. Il Ministero della Salute ha dato il proprio nulla osta alla nuova localizzazione della struttura, che dovrebbe sorgere al confine fra i due comuni. L’investimento previsto supera i 92 milioni di euro e il progetto contempla 136 posti letto, 116 per la degenza ordinaria e 20 riservati alla sanità penitenziaria. Al piano terra è prevista anche una piastra comprendente Pronto soccorso con osservazione breve intensiva, radiologia, laboratorio di analisi, ambulatori, farmacia e accettazione.
Il consigliere regionale Raffaele Aveta ha salutato il nulla osta ministeriale come un passaggio decisivo, chiedendo ora rapidità nella pubblicazione della gara e nelle successive fasi realizzative. Il principio è difficilmente contestabile: dopo la stagione delle autorizzazioni deve arrivare quella dei tempi certi, perché un ospedale progettato sulla carta diventa utile alla collettività soltanto quando apre le proprie porte.
Quanto sta accadendo al Sant’Anna e San Sebastiano suggerisce dunque una riflessione che supera la contingenza estiva. Non basta chiedere a un Pronto soccorso di resistere ogni giorno a centinaia di accessi; occorre costruirgli intorno un sistema capace di distinguere, filtrare e assistere.
Gli operatori possono moltiplicare gli sforzi, sopportare turni difficili e governare giornate complicate. Non possono però sostituirsi indefinitamente alle carenze di una rete.
La vera misura dell’efficienza sanitaria non si legge soltanto nel numero dei pazienti curati, ma anche nel tempo e nella dignità con cui ciascuno riesce a ricevere una risposta. Una sala d’attesa affollata, allora, non è semplicemente una stanza piena: è il punto nel quale tutte le fragilità del territorio finiscono per incontrarsi. Ed è proprio da quella porta, oggi così congestionata, che Caserta deve cominciare a ripensare il proprio futuro sanitario.

