– La Reggia gremita celebra cinquant’anni di palcoscenico dell’attore, autore e regista napoletano: una commedia di oltre trent’anni fa torna sorprendentemente contemporanea attraverso ritmo, misura, intelligenza e una comicità che non rinuncia mai alla profondità
– Straordinaria prova corale con Andrea Di Maria, Antonio Guerriero e Stefano Sarcinelli. Vincenzo Salemme raccoglie l’eredità scenica del Cico che fu di Nando Paone e ne offre una lettura personale; Stefano Sarcinelli convince nel ruolo del notaio appartenuto a Maurizio Casagrande. Applausi per un evento da circa settemila presenze. La Reggia cambia registro: alle 21 arriva Giovanni Allevi con «Musica Dall’Anima»
Caserta (Carlo Pascarella) – Settemila persone, una Reggia trasformata in teatro sotto le stelle e una risata che, per oltre due ore, non è mai rimasta soltanto una risata. Giovedì sera «…e fuori nevica!» ha consegnato a Caserta qualcosa che supera il successo numerico di un grande evento: la dimostrazione di come una commedia nata oltre trent’anni fa possa attraversare le generazioni senza invecchiare, purché a rimettervi mano sia un autore capace di custodirne l’anima senza imbalsamarla. Vincenzo Salemme lo ha fatto nel modo più difficile: tornando a una delle opere che hanno segnato la sua storia e scegliendo di non limitarsi a celebrarla, ma di reinterpretarla. Il risultato è uno spettacolo brillante, velocissimo e tecnicamente sorvegliato, nel quale la comicità apparentemente istintiva nasconde una costruzione scenica di estrema precisione.
La rappresentazione casertana del 17 settembre costituiva una delle tappe del progetto con cui l’attore, autore e regista napoletano celebra cinquant’anni di teatro. Un anniversario che avrebbe potuto suggerire nostalgia; accade esattamente il contrario. La memoria diviene materia viva e il passato si lascia interrogare dal presente. Vincenzo Salemme entra nel personaggio di Cico e compie una delle operazioni più interessanti di questa nuova edizione. Nello storico allestimento degli anni Novanta quel ruolo apparteneva a Nando Paone, accanto allo stesso autore, a Carlo Buccirosso e Maurizio Casagrande. Oggi il commediografo napoletano decide di assumere su di sé proprio la figura più fragile, imprevedibile e destabilizzante della vicenda. Una scelta tutt’altro che ornamentale.
Il suo Cico possiede tempi comici millimetrici, improvvise accelerazioni, silenzi eloquenti, sguardi che precedono la battuta e pause che diventano esse stesse battute. È soprattutto il corpo a parlare: un movimento appena accennato, un cambio d’espressione, l’alterazione di una cadenza o una sospensione volutamente prolungata bastano a spostare il baricentro della scena. Qui emerge la genialità dell’interprete. Non ha bisogno di inseguire continuamente la risata perché sa attenderla, prepararla e lasciarla maturare, per poi liberarla nel momento esatto in cui lo spettatore crede di aver già compreso dove il dialogo voglia condurlo. Ed è precisamente in quello scarto fra attesa e sorpresa che risiede gran parte della forza comica di «…e fuori nevica!».
La chiave della commedia è tutta lì. Chi è davvero il diverso? Chi stabilisce il confine fra equilibrio e follia? Quanto sono più ragionevoli i fratelli che dovrebbero occuparsi di lui? La scrittura ribalta progressivamente le prospettive. Cico, apparentemente il più vulnerabile, diviene l’occhio attraverso cui osservare le fragilità degli altri. La sua logica sghemba finisce paradossalmente per illuminare le incoerenze della normalità. E la platea ride, moltissimo, ma quasi mai senza che dietro quella leggerezza affiori una seconda lettura. È il marchio più riconoscibile del teatro di Vincenzo Salemme: utilizzare il paradosso non come esercizio di stile, bensì come lente deformante attraverso la quale la realtà diventa, improvvisamente, più nitida.
Accanto a lui funziona con grande efficacia l’intero meccanismo corale. Andrea Di Maria, nei panni di Stefano Righi, conferma una notevole padronanza scenica. È lui il fratello apparentemente più ordinario, quello che dovrebbe rappresentare il principio di razionalità dentro una famiglia governata dal disordine. L’attore costruisce questa presunta normalità senza irrigidirla, restituendone nervosismi, esasperazioni, debolezze e contraddizioni attraverso una recitazione mobile, capace di assecondare il ritmo senza esserne travolta. La sua intesa con il protagonista produce alcuni dei passaggi più riusciti dell’intera rappresentazione.
Antonio Guerriero, nel ruolo di Enzo Righi, imprime invece alla parte una vitalità differente. Il suo personaggio vive di irresponsabilità, espedienti, immaturità e di quella leggerezza che, progressivamente, lascia intravedere un fondo di solitudine. Antonio Guerriero governa con sicurezza il registro farsesco, evitando tuttavia di trasformarlo in macchietta. Ed è un merito rilevante, perché questa commedia funziona soltanto quando nessuno dei suoi protagonisti viene ridotto a una caricatura: ognuno deve far ridere rimanendo credibile, custodisce un dolore dietro il proprio eccesso e tenta, maldestramente, di essere amato.
Poi arriva il notaio e qui Stefano Sarcinelli si ritaglia uno spazio di notevole efficacia. Un ruolo che nella formazione storica apparteneva a Maurizio Casagrande e che porta inevitabilmente con sé il ricordo di un interprete fortemente identificato con la prima stagione artistica della commedia. Il confronto avrebbe potuto trasformarsi in un peso; Stefano Sarcinelli lo evita con intelligenza. Non imita e non rincorre il precedente, ma costruisce il proprio personaggio affidandosi a tempi, reazioni, stupori e progressivi cedimenti davanti all’assurdità dei tre fratelli. Si districa benissimo dentro una parte che richiede soprattutto capacità di ascolto, perché il buon attore comico non è soltanto colui che pronuncia la battuta: è anche chi sa riceverla, chi offre la reazione giusta e concede al collega lo spazio necessario perché l’effetto esploda. Stefano Sarcinelli possiede questa misura e la utilizza con precisione.
Il quartetto raggiunge così un equilibrio che restituisce freschezza a un testo conosciutissimo. Non è semplice: il pubblico sa spesso cosa sta per accadere, molti spettatori conoscono le battute, altri conservano nella memoria le interpretazioni storiche. Eppure la nuova edizione riesce a creare nuovamente attesa. Merito innanzitutto della regia. La messinscena rinuncia agli orpelli e concentra l’attenzione sulla parola, sui corpi e sui rapporti. Le scene di Roberto Crea, i costumi di Francesca Romana Scudiero e le musiche di Antonio Boccia accompagnano questa impostazione, restituendo un impianto nel quale ogni elemento tecnico sostiene gli interpreti senza sottrarre centralità alla recitazione.
La casa dei fratelli Righi non costituisce soltanto uno spazio fisico: diventa una gabbia, un luogo dal quale ciascuno vorrebbe scappare e nel quale, contemporaneamente, tutti cercano qualcosa. Denaro, libertà, protezione, affetto. Il testamento materno costituisce l’innesco drammaturgico: dopo la morte della madre, i tre fratelli scoprono che l’eredità li costringerà a restare insieme e a prendersi cura reciprocamente. Da quel momento la convivenza diviene un laboratorio dell’umano. Ed è impressionante quanto il testo conservi attualità.
La famiglia descritta da Vincenzo Salemme non possiede nulla di idealizzato. È imperfetta, nevrotica, egoista, ma resta l’ultimo recinto entro il quale ciascuno spera di essere riconosciuto. La comicità nasce proprio dalla collisione tra bisogno e incapacità. I personaggi desiderano comunicare e quasi sempre sbagliano linguaggio; vorrebbero comprendersi e finiscono per ferirsi; tentano di organizzare razionalmente la vita e producono caos. In questa contraddizione si insinua l’ironia, mai gratuita e probabilmente qualità più preziosa dell’opera. La battuta non arriva dall’esterno della storia, ma scaturisce dalla psicologia dei protagonisti. Per questo regge ancora, a distanza di decenni, senza assumere l’aspetto di un reperto della comicità degli anni Novanta.
Alla Reggia la risposta del pubblico è stata impressionante. Circa settemila spettatori hanno riempito la grande platea, restituendo visivamente la dimensione di un autentico evento popolare. Settemila presenze significano qualcosa di più di un dato statistico: raccontano la capacità del teatro di convocare ancora una comunità vastissima attorno alla parola recitata. In una stagione dominata dalla fruizione individuale, dagli schermi e dai contenuti consumati in solitudine, vedere migliaia di persone attendere insieme una battuta e poi esplodere contemporaneamente nella risata possiede quasi una forza controcorrente.
La Reggia ha amplificato questa percezione. La monumentalità vanvitelliana e la dimensione popolare della commedia non si sono contrastate, ma completate. Da una parte la solennità di uno dei luoghi simbolo del patrimonio italiano, dall’altra una famiglia napoletana sgangherata, fragilissima, universale. In mezzo, il pubblico. Ed è forse questa la fotografia più bella della serata: la cultura alta e quella popolare smettono di essere categorie separate quando il teatro raggiunge la propria verità.
Un cenno merita anche l’apparato organizzativo che ha accompagnato la tappa casertana. Ventidieci, guidata da Vincenzo Berti e Gianluca Bonanno, insieme a Stefano Francioni Produzioni, ha contribuito alla realizzazione di un appuntamento capace di richiamare migliaia di persone in uno scenario di eccezionale prestigio. Un lavoro lontano dalla ribalta, ma essenziale affinché progetti di tale respiro possano incontrare il grande pubblico attraverso professionalità, esperienza e attenzione organizzativa.
Poi, naturalmente, resta il palcoscenico. Ed è lì che ogni sovrastruttura scompare. Vincenzo Salemme ha cinquant’anni di teatro alle spalle e riesce ancora a recitare con il piacere di chi sembra scoprire la scena in quel momento. La sua interpretazione di Cico è forse il gesto più simbolico di questa celebrazione. Avrebbe potuto scegliere la strada più rassicurante; ha preferito misurarsi con il personaggio più delicato, quello che abita sul confine, che costringe lo spettatore a ridere e, un istante dopo, a domandarsi della propria risata. Quello che osserva il mondo dei cosiddetti normali e ne smaschera, con innocenza feroce, convenzioni e ipocrisie.
È qui che la commedia cambia temperatura. La leggerezza si incrina, il sorriso rimane sospeso e la farsa lascia filtrare una malinconia mai sottolineata artificiosamente. Il grande teatro comico possiede questa capacità: conduce lo spettatore verso una zona seria senza annunciargli il passaggio. Prima lo disarma, poi lo interroga. «…e fuori nevica!» appartiene a questa tradizione. Dentro vi si avverte la lezione della grande scuola napoletana, ma senza sudditanze. La lunga formazione dell’autore, passata anche attraverso la compagnia di Eduardo De Filippo, emerge nella centralità attribuita al personaggio, nel valore del silenzio, nella precisione della replica e nella consapevolezza che il comico e il tragico non abitano mondi separati: sono spesso la stessa cosa osservata da due distanze differenti.
Il grande palcoscenico allestito dinanzi al complesso vanvitelliano, intanto, non si ferma. Dopo il teatro e le settemila presenze richiamate da Vincenzo Salemme, stasera, sabato 19 settembre, alle ore 21, sarà Giovanni Allevi a raccogliere idealmente il testimone alla Reggia di Caserta con «Musica Dall’Anima». Il compositore e pianista sarà accompagnato dagli archi dell’Orchestra Sinfonica Italiana in un progetto che intreccia musica e introspezione e nel quale trova spazio il «Concerto MM22 per Violoncello e Orchestra». Cambia dunque il linguaggio, dalla parola recitata alla musica, ma rimane intatta la suggestione di una programmazione che continua a far dialogare grandi protagonisti della scena contemporanea con la magnificenza del monumento vanvitelliano.
La serata di Caserta lo ha ricordato con straordinaria semplicità. Settemila persone sono arrivate alla Reggia per ridere e hanno riso, a lungo. Hanno applaudito una compagnia affiatata, una regia accurata, interpreti capaci di raccogliere una pesante eredità senza trasformarla in imitazione. Ma sono tornate a casa anche con qualcosa di meno immediato: una domanda sulla famiglia, una riflessione sulla diversità, forse persino un dubbio su ciò che chiamiamo normalità.
Dopo cinquant’anni di palcoscenico, il talento di Vincenzo Salemme risiede ancora soprattutto qui: conoscere il tempo esatto della risata e sapere che, subito dopo, occorre lasciare uno spazio al pensiero. Alla Reggia, giovedì sera, quello spazio si è aperto davanti a settemila persone. Le luci si sono spente, gli applausi hanno lentamente ceduto al silenzio e la grande platea ha cominciato a svuotarsi. La neve, naturalmente, non cadeva davvero. Eppure, per qualche ora, sotto il cielo di Caserta, nessuno avrebbe avuto difficoltà a crederci.
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