– La Corte di Cassazione conferma le condanne per 24 imputati coinvolti nell’inchiesta sulle infiltrazioni mafiose nel territorio di Eraclea, in provincia di Venezia. Pene comprese tra 3 e 30 anni di reclusione per reati che comprendono associazione mafiosa, usura, estorsione, riciclaggio e trasferimento fraudolento di valori. Due ordini di carcerazione risultano sospesi
– Operazione congiunta di Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza nelle province di Caserta, Napoli, Venezia, Treviso, Vicenza, Padova e Cosenza. Impiegati oltre 100 uomini delle forze dell’ordine. Le indagini avevano ricostruito la penetrazione del sodalizio criminale nel tessuto imprenditoriale e nelle dinamiche politico-amministrative del Veneto orientale
Caserta (Redazione) – La camorra aveva attraversato centinaia di chilometri, allontanandosi dalla propria terra d’origine senza abbandonare metodi, interessi e capacità di condizionamento. Una presenza silenziosa, radicata nel tessuto economico del Veneto orientale, che aveva consentito a un’organizzazione riconducibile al clan dei Casalesi di infiltrarsi nelle attività imprenditoriali e nelle dinamiche politico-amministrative del territorio. Ora, dopo un lungo percorso giudiziario, arrivano le condanne definitive e l’esecuzione dei conseguenti provvedimenti restrittivi.
Nei giorni scorsi, nelle province di Venezia, Caserta, Cosenza, Napoli, Treviso, Vicenza e Padova, gli investigatori della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza hanno eseguito congiuntamente 24 provvedimenti restrittivi emessi dalla Procura generale della Repubblica di Venezia.
I destinatari sono altrettanti soggetti già condannati dalla Corte d’Appello veneziana nel giugno 2025, all’esito del giudizio di secondo grado, nell’ambito della complessa vicenda giudiziaria relativa alle infiltrazioni del clan dei Casalesi nel territorio veneto.
Si tratta di 24 dei 27 imputati che avevano originariamente scelto il rito ordinario e che erano stati riconosciuti responsabili, a vario titolo, di numerosi reati, tra i quali associazione di tipo mafioso, usura, estorsione, riciclaggio, trasferimento fraudolento di valori ed emissione di fatture per operazioni inesistenti.
Le contestazioni comprendevano inoltre ulteriori gravi fattispecie aggravate dall’utilizzo del metodo mafioso o dalla finalità di agevolare l’organizzazione criminale. Le pene inflitte variano da un minimo di 3 anni fino a un massimo di 30 anni di reclusione.
Dopo la sentenza d’appello, gli imputati avevano presentato ricorso alla Corte di Cassazione, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità delle decisioni assunte dai giudici veneziani.
Nei giorni scorsi la Suprema Corte ha confermato le valutazioni della Corte d’Appello per 24 posizioni processuali, rendendo definitive le relative condanne e riconoscendo la tenuta dell’impianto argomentativo sul quale si fondava la ricostruzione giudiziaria dell’esistenza e dell’operatività del contesto mafioso.
La decisione ha consentito alla Procura generale della Repubblica di Venezia di emettere i conseguenti ordini di esecuzione per la carcerazione, due dei quali risultano sospesi.
Differente l’esito per gli altri tre imputati. In questi casi la Cassazione ha disposto il rinvio a un’altra sezione della Corte d’Appello di Venezia: per due posizioni sarà necessaria una nuova valutazione del materiale probatorio, mentre per la terza il nuovo esame riguarderà esclusivamente il trattamento sanzionatorio.
Al centro della vicenda giudiziaria figura il radicamento di un’organizzazione criminale espressione del clan dei Casalesi nel Veneto orientale, con particolare riferimento al comprensorio di Eraclea, in provincia di Venezia.
Le indagini condotte all’epoca dei fatti avevano documentato una penetrazione progressiva e poco appariscente del sodalizio nel tessuto imprenditoriale locale, accompagnata da interferenze nelle dinamiche politico-amministrative.
Un sistema nel quale la forza intimidatrice riconducibile al metodo mafioso si sarebbe intrecciata con interessi economici, operazioni finanziarie illecite e attività finalizzate al controllo di settori dell’economia territoriale.
La vicenda rappresenta uno degli esempi più significativi della capacità delle organizzazioni camorristiche di proiettare i propri interessi ben oltre i territori di origine, inserendosi in contesti produttivi apparentemente distanti dalle tradizionali aree di radicamento criminale.
Particolarmente articolato il dispositivo predisposto per dare esecuzione ai provvedimenti giudiziari.
Le operazioni sono state condotte dagli investigatori della Squadra mobile della Questura di Venezia, dal Nucleo Investigativo del Comando Provinciale dei Carabinieri di Venezia e dal Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza di Trieste.
Alle attività hanno fornito supporto la Sezione investigativa del Servizio Centrale Operativo di Venezia, le Squadre mobili delle Questure di Caserta e Potenza, i Comandi Provinciali dei Carabinieri di Napoli, Caserta e Cosenza e i Comandi Provinciali della Guardia di Finanza di Caserta e Venezia.
Complessivamente sono stati impiegati oltre 100 operatori tra poliziotti, carabinieri e finanzieri, impegnati in un’operazione coordinata che ha interessato contemporaneamente diverse province italiane.
La partecipazione degli investigatori casertani assume un rilievo particolare alla luce delle origini del sodalizio criminale coinvolto e dei collegamenti ricostruiti nel corso dell’inchiesta.
La decisione della Cassazione segna un passaggio giudiziario decisivo in una vicenda che ha mostrato come l’infiltrazione mafiosa possa svilupparsi anche attraverso una presenza discreta, capace di insinuarsi nelle relazioni economiche e negli equilibri amministrativi senza ricorrere necessariamente a manifestazioni evidenti di violenza.
Resta distinta la posizione dei tre imputati per i quali è stato disposto un nuovo giudizio, nei limiti stabiliti dalla Suprema Corte.
La conclusione definitiva di una parte così rilevante del procedimento consegna, tuttavia, un dato di particolare significato: la criminalità organizzata non conosce confini geografici quando si tratta di espandere i propri interessi. Ed è proprio nella capacità di riconoscere e contrastare le infiltrazioni meno visibili che si misura una delle sfide più complesse per la tutela della legalità e dell’economia sana.

