– La giovane artista casertana racconta una ricerca sospesa tra immagine, colore e percezione: dalla formazione all’Accademia di Belle Arti di Napoli alla sperimentazione che conduce la fotografia verso la pittura
– Al centro della sua poetica il concetto ebraico di “OHR”, la luce intesa come principio creativo e spirituale. «Fermarsi per vedere la luce. Rallentare per toccare la vita»
Cancello Arnone/Caserta (Rosalba Moccia) – Anna Moccia è una giovane artista visiva che ha trasformato la passione per l’arte in un percorso di ricerca personale, professionale e spirituale. Nata il 31 marzo 1991 a Caserta, vive oggi a Cancello ed Arnone. Dopo gli studi al liceo artistico, ha conseguito il diploma accademico in Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, completando successivamente il proprio percorso con l’abilitazione all’insegnamento di Arte e Storia dell’Arte.
L’interesse per le diverse forme dell’espressione artistica emerge molto presto. Già durante gli anni del liceo partecipa a piccole mostre collettive; successivamente la sua ricerca matura e trova spazio in eventi e iniziative culturali tra le province di Caserta e Napoli.
A orientarne la poetica è anche una celebre riflessione di Hermann Hesse: «Arte significa, dentro a ogni cosa, mostrare Dio». Quel “mostrare Dio”, nella sensibilità di Moccia, coincide soprattutto con la capacità di catturare la luce. L’artista la riconduce al termine ebraico “OHR”, attraverso il quale esplora la luce nelle sue molteplici dimensioni: spirituale e fisica, naturale e artificiale, materiale e immateriale.
Il suo lavoro prende forma attraverso una ricerca fotografica che successivamente approda alla pittura. Punto di partenza è la contemplazione dello spazio circostante, percepito come estensione dell’io e della natura e restituito attraverso il filtro della sensibilità individuale. Uno sguardo che non si limita alla dimensione visibile, ma cerca ciò che trascende la materia e lascia affiorare un’armonia nascosta. Un dialogo fra luce, natura e interiorità che l’artista sintetizza così: «La natura mi dà luce e la luce dipinge la mia natura».
Partendo proprio da questa concezione, da dove nasce la sua passione per l’arte e quali esperienze hanno maggiormente influenzato il suo percorso?
«Direi che la mia passione per l’arte non nasce da un’esperienza particolare: la considero quasi innata. Fin dall’infanzia mi sono sempre sentita attratta da tutto ciò che poteva essere racchiuso nella parola “arte”. Ha sempre fatto parte di me. A influenzare la mia visione artistica è stato certamente lo sguardo attento e meticoloso rivolto alla perfezione intrinseca del creato: un’architettura vivente che incarna l’essenza stessa della vera arte attraverso simmetrie e dettagli, specchio di una perfezione superiore. Considero il creato come l’opera d’arte assoluta, nella quale ogni elemento risponde a un canone di perfezione e bellezza pura».
Come definirebbe il suo stile artistico e quali sono gli elementi che maggiormente lo caratterizzano?
«Sono sempre stata affascinata dallo stile impressionista. Più che alla tecnica, guardo all’Impressionismo per la centralità attribuita alla percezione soggettiva e alla capacità di catturare l’effimero, l’atmosfera profonda e la poetica del frammento. Mi interessa trovare il senso del tutto in un piccolo dettaglio colto al volo, cercando di afferrare la verità di un momento irripetibile e di tradurre l’atmosfera e la luce emotiva di un istante prima ancora della sua forma geometrica o definita. Il mio stile artistico si costruisce attraverso il contrasto: un dialogo continuo tra pennellate nitide e campiture sfocate, nel quale luce e ombra si confrontano. Gli elementi figurativi tendono progressivamente verso l’astrazione e la dissolvenza geometrica o atmosferica, invitando l’osservatore a ridefinire i confini della percezione. L’opera oscilla così costantemente tra realtà figurativa e astrazione pura».
Può spiegarci il concetto di “OHR” e in che modo influenza la sua creazione artistica?
«OHR significa “luce” in ebraico. È una parola capace di esprimere in maniera ampia il significato della luce, intesa come realtà primordiale che può essere declinata in molteplici dimensioni: spirituale, fisica, materiale, scientifica, naturale o artificiale. Questa parola ebraica compare nella Genesi nel racconto della creazione del mondo: la luce come principio della creazione e, insieme, come elemento associato alla vita.
Questo concetto influenza profondamente la mia ricerca artistica, proprio perché rivolgo continuamente l’attenzione alla luce e alla natura, alla contemplazione dello spazio che tutti noi abitiamo: l’io, gli altri e la natura. È una realtà esterna filtrata dalle nostre percezioni, che non dipendono soltanto dall’occhio fisico, dalle emozioni o dai sentimenti, ma soprattutto da quell’interfaccia capace di trascendere la materia stessa. Definisco questo concetto “Realtà Astratta”. La luce è forse la metafora più potente e tangibile per esprimerlo: esiste, trasforma ciò che tocca, ma non possiamo afferrarla con le mani. È una presenza assoluta che sfugge alla materia».
Qual è il suo metodo di lavoro e in che modo l’osservazione della natura si trasforma in arte?
«Il mio processo creativo inizia quasi sempre dalla ricerca fotografica. Successivamente rielaboro l’immagine attraverso la pittura, secondo una visione personale. Più che la forma o la realtà oggettiva, la mia opera cerca di valorizzare la luce e il colore, celebrando la trascendenza dell’effimero e la transitorietà del momento osservato».
Come percepisce il dialogo tra luce e natura nel suo lavoro? Può offrirci un esempio concreto?
«È una consapevolezza che ci parla di un “invisibile” presente nel visibile. È come una sinfonia diretta da un grande Maestro, capace di governare il tutto con estrema delicatezza, ponendoci dinanzi a un’immensurabile “orchestra orfana”. Lo squarcio di luce irrompe in questa natura fatta di colori, riflessi e suoni, rivelando una realtà esistente che va oltre la materia».
Quali sono le sfide più importanti che ha affrontato come artista emergente nel panorama culturale di Napoli e Caserta?
«Viviamo in un’epoca di saturazione espressiva, nella quale l’illusione che tutto sia già stato compiuto rischia di paralizzare l’intento creativo. Dare valore e riconoscibilità al proprio percorso in una realtà in cui l’effimero spesso mette in ombra ciò che aspira a durare rappresenta una delle sfide intellettuali e creative più complesse per un artista.
Ci viene continuamente chiesto di stare al passo con un “contemporaneo” frenetico, che troppo spesso confonde l’arte con la pura novità. Confondere l’originalità del concetto con la ricerca ossessiva dell’inedito rischia di deturpare il valore profondo dell’opera, riducendola a una tendenza passeggera. Per me la vera sfida consiste nella pressione a rincorrere l’inedito commerciale, producendo non necessariamente ciò che è profondo, ma ciò che appare nuovo agli occhi del mercato. Oggi troppo spesso l’arte viene vissuta come un prodotto di consumo e l’artista rischia di diventare un ingranaggio della continua ricerca della novità e di ciò che semplicemente “funziona”».
Cosa spera di trasmettere al pubblico attraverso le sue opere e quale messaggio ritiene più importante affidare alla sua arte?
«Torno a ciò che ho affermato precedentemente: la luce come principio della creazione, associata alla vita. Esiste un legame tra la luce intesa come principio vitale e l’invito a rallentare per riuscire a cogliere l’eterno nell’effimero.
In un mondo frenetico, dominato dalla superficialità, l’invito più urgente è proprio quello di rallentare, fino quasi a fermarsi, per ritrovare l’essenza delle cose. Dopotutto, la luce è il principio stesso della creazione, l’origine indissolubile della vita. È proprio nella luce che l’effimero si trasforma: fermarsi a contemplarlo non significa perdere tempo, ma strappare un istante alla distrazione quotidiana per abitare l’eternità.
Questo lavoro vuole essere un ponte verso quel momento di pura accoglienza, nel quale gioire della bellezza autentica che troppo spesso ci lasciamo sfuggire. Fermarsi per vedere la luce. Rallentare per toccare la vita. Siamo costantemente distratti da ciò che scorre in superficie, dimenticando che la vera bellezza abita nell’istante che consideriamo effimero. Correndo sulla superficie, stiamo perdendo l’eternità».
In una società dominata dalla velocità, nella quale persino l’arte rischia talvolta di trasformarsi in merce effimera, le sue parole assumono il valore di un invito a rallentare, osservare e lasciarsi attraversare dalla luce che abita le cose.
La sua ricerca, sospesa tra fotografia e pittura, realtà e astrazione, materia e dimensione interiore, ricorda che la bellezza non rappresenta un semplice ornamento dell’esistenza, ma un’esperienza profonda che reclama tempo, silenzio e uno sguardo capace di oltrepassare la superficie. Forse è proprio lì, nell’istante apparentemente più fragile e fugace, che l’arte riesce ancora a sottrarre qualcosa al tempo e a consegnarlo alla memoria.

