Genova, da Frankenstein all’intelligenza artificiale: Alberto Diaspro porta a Palazzo Ducale la scienza che interroga i confini della creazione

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– Il 5 ottobre, nella Sala del Minor Consiglio, il fisico, professore ordinario di Fisica applicata all’Università di Genova e direttore di ricerca della linea Nanoscopy all’Istituto Italiano di Tecnologia, dialogherà con Laura Guglielmi sul rapporto fra conoscenza, responsabilità e intelligenza artificiale

– Chi ha paura della Creatura? Da Frankenstein all’IA” muove dal libro “Mary Shelley. La meravigliosa Creatura” per attraversare due secoli di interrogativi sul potere della scienza. Al centro una figura di primo piano della ricerca italiana, premiata nel 2024 con il Premio Enrico Fermi e nel 2026 con il Grifo d’Oro della città di Genova

Genova (Redazione) – Il problema più inquietante della creazione non comincia necessariamente nel momento in cui qualcosa prende vita. Può cominciare subito dopo, quando l’uomo è costretto a domandarsi quale responsabilità abbia nei confronti di ciò che la propria intelligenza è stata capace di generare.

È l’interrogativo che attraversa Frankenstein da oltre due secoli e che oggi, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, acquista una sorprendente contemporaneità.

Lunedì 5 ottobre, alle ore 18, la Sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale a Genova ospiterà “Chi ha paura della Creatura? Da Frankenstein all’IA”, un colloquio fra Laura Guglielmi e Alberto Diaspro, costruito a partire dal libro “Mary Shelley. La meravigliosa Creatura”. L’ingresso è libero.

Un confronto tra letteratura e scienza che trova proprio nella presenza di Alberto Diaspro uno dei suoi elementi di maggiore interesse.

Fisico e scienziato di rilievo internazionale, Alberto Diaspro è professore ordinario di Fisica applicata al Dipartimento di Fisica dell’Università di Genova e dirige la ricerca in Nanoscopia presso l’Istituto Italiano di Tecnologia. La sua attività scientifica si concentra in particolare sulla microscopia ottica avanzata e sulla nanoscopia, con applicazioni che attraversano la biofisica, l’oncologia molecolare e le neuroscienze.

La sua biografia scientifica racconta un percorso nel quale il desiderio di vedere ciò che normalmente sfugge all’occhio umano è diventato metodo di ricerca.

Nel 1998 sviluppò il primo microscopio multifotone italiano; nel 2009 realizzò all’Iit il primo nanoscopio ottico italiano e nel 2014 fondò il Nikon Imaging Center dell’Istituto Italiano di Tecnologia, struttura dedicata alle tecnologie avanzate di microscopia. Più recentemente la sua ricerca si è spinta verso lo sviluppo di sistemi di microscopia sempre più evoluti, compreso un microscopio ottico quantistico intelligente.

Un curriculum che rende particolarmente significativa la sua partecipazione a un incontro dedicato al rapporto fra creatore e creatura.

Perché nel lavoro di Alberto Diaspro la scienza non appare soltanto come capacità di superare un limite tecnico, ma anche come esercizio culturale che impone di interrogarsi sulle conseguenze della conoscenza.

La sua attività, infatti, non è rimasta confinata nei laboratori. Ha accompagnato la ricerca con un intenso impegno nella divulgazione e nel dialogo fra cultura scientifica e cultura umanistica. È stato presidente del Comitato scientifico del Festival della Scienza di Genova dal 2016 al 2024 e presiede la rassegna “Scienza Condivisa” della Fondazione per la Cultura di Palazzo Ducale. È inoltre autore del volume divulgativo “Quello che gli occhi non vedono”.

Il riconoscimento ottenuto nel 2024 con il Premio Enrico Fermi della Società Italiana di Fisica ha sottolineato i suoi contributi originali allo sviluppo e all’applicazione della microscopia ottica e il loro impatto sulla biofisica cellulare e molecolare. Nello stesso anno gli è stata conferita l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Nel 2025 è arrivato anche il Premio Montale, sezione In Limine, assegnato per la ricerca di frontiera nella microscopia ottica avanzata, l’attenzione alla formazione dei giovani ricercatori e l’impegno nel costruire un ponte fra cultura scientifica e umanistica.

E nel 2026 Genova gli ha conferito il Grifo d’Oro, riconoscendone il contributo alla ricerca scientifica e medica, alla diffusione della cultura scientifica e alla proiezione internazionale della città.

È dunque uno scienziato abituato a muoversi lungo i confini della visibilità e della conoscenza quello che incontrerà Laura Guglielmi a Palazzo Ducale.

Il punto di partenza sarà Mary Shelley, la giovane scrittrice che all’inizio dell’Ottocento trasformò le inquietudini scientifiche della propria epoca in uno dei miti più persistenti della modernità.

Nel suo libro, Laura Guglielmi ricostruisce la vita dell’autrice mettendola in relazione anche con la cultura scientifica del tempo: gli esperimenti sull’elettricità, il dibattito sui confini della vita e persino le vicende dei “resurrectionists”, i trafugatori di cadaveri che rifornivano di corpi gli anatomisti dell’Inghilterra ottocentesca.

Ma l’incontro genovese intende andare oltre la facile equivalenza fra Frankenstein e le paure contemporanee nei confronti dell’intelligenza artificiale.

La questione indicata dagli organizzatori è più profonda: quale responsabilità assume chi crea qualcosa capace di produrre conseguenze che vanno oltre le intenzioni originarie?

Victor Frankenstein non precipita nella tragedia semplicemente perché riesce a realizzare qualcosa di straordinario. Il nodo, nella lettura proposta dall’incontro, emerge quando abbandona la Creatura e rifiuta di assumersi la responsabilità di ciò che ha generato.

È precisamente qui che il romanzo ottocentesco incontra il nostro tempo.

L’intelligenza artificiale ripropone infatti domande che non appartengono esclusivamente all’informatica: riguardano il rapporto fra potere tecnologico e responsabilità, fra possibilità e limite, fra ciò che l’uomo riesce a costruire e ciò che deve imparare a governare.

Il colloquio tra Laura Guglielmi e Alberto Diaspro promette così di attraversare quella terra di confine nella quale scienza e umanesimo cessano di essere universi separati.

Perché forse la domanda più importante non è se dobbiamo avere paura della Creatura.

È capire se siamo culturalmente preparati ad assumerci la responsabilità di ciò che creiamo.

Ed è qui che Frankenstein smette di appartenere soltanto alla letteratura dell’Ottocento: la Creatura esce dalle pagine di Mary Shelley, attraversa due secoli e arriva fino all’intelligenza artificiale, costringendoci ancora una volta a rivolgere lo sguardo non verso ciò che abbiamo creato, ma verso noi stessi.