Castel Volturno (Carlo Pascarella) – Tra le pareti di un museo privato nel cuore di Castel Volturno, Diego Armando Maradona continua a vivere attraverso fotografie, maglie storiche, cimeli rarissimi e ricordi capaci ancora oggi di commuovere. Non si tratta soltanto di una collezione dal valore economico straordinario, ma di un patrimonio umano costruito negli anni grazie a un’amicizia autentica, quella tra il campione argentino e Salvatore Luise, storico imprenditore caseario del litorale domizio nonché padre di Antonio Luise.
È proprio Antonio, oggi quarantaduenne, imprenditore e opinionista sportivo della trasmissione “Tifo Azzurro” su Tele A, a custodire quella memoria preziosa. In attesa dell’arrivo in ufficio di Andrea Carnevale, ex bomber del Napoli di Maradona, Luise ha rilasciato l’intervista. Dopo la scomparsa del padre, avvenuta nel 2019, ha ereditato circa 450 oggetti appartenuti al Pibe de Oro, trasformando una sezione della propria agenzia immobiliare di via Vasari, a Castel Volturno, in una sorta di santuario dedicato al numero dieci più amato della storia del calcio.
All’interno della raccolta compaiono maglie originali del Napoli e del Newell’s Old Boys, busti celebrativi, fotografie inedite, una storica immagine del padre accanto a Maradona, il primo pallone regalato dal campione argentino, tute ufficiali, borsoni e numerosi effetti personali appartenuti all’ex fuoriclasse azzurro. Un percorso emozionale che negli anni ha richiamato appassionati provenienti da ogni parte del mondo.
Nel 2022 Antonio Luise ha inoltre curato in Qatar una delle più grandi mostre internazionali mai dedicate a Maradona. L’esposizione, organizzata in un hangar dello sceicco Al Thani durante i Mondiali, ospitò ottanta cimeli selezionati dalla sua collezione privata, tra postazioni virtuali immersive, memorabilia uniche e persino un aereo interamente brandizzato con l’immagine del campione argentino.
Proprio durante quell’esperienza arrivò una proposta economica gigantesca per acquistare l’intera raccolta.
«Mi offrirono una cifra che avrebbe cambiato venti generazioni della mia famiglia. Però l’amore verso mio padre e verso Diego andava oltre qualsiasi cifra e qualsiasi confine. Alcune cose non possono essere vendute».
Una scelta che Antonio rivendica ancora oggi come un messaggio da consegnare soprattutto ai più giovani.
«Quando tornai dal Qatar organizzai una mostra a Napoli e parlai con tanti bambini. Dissi loro una frase nella quale credo profondamente: “Non tutto si compra, non tutto si vende”. Oggi bisogna trasmettere anche questo tipo di valori».
L’amicizia tra la famiglia Luise e Maradona nacque nel 1984, negli anni in cui il fuoriclasse argentino approdò a Napoli cambiando per sempre la storia calcistica e sociale della città. Salvatore Luise divenne ben presto uno dei punti di riferimento più vicini al campione, un rapporto proseguito nel tempo anche con Antonio.
«Grazie a mio padre ho avuto la fortuna di conoscere Diego e tanti protagonisti di quell’epoca straordinaria, da Andrea Carnevale agli altri campioni del Napoli di allora. Erano uomini veri prima ancora che calciatori».
Nel corso dell’intervista Antonio Luise affronta anche il tema della trasformazione del calcio moderno, osservato con evidente amarezza.
«Oggi il pallone è diventato quasi esclusivamente business. Noi giocavamo per strada, mentre adesso molti bambini non riescono nemmeno a frequentare le scuole calcio perché le rette sono troppo alte. Tantissime famiglie rinunciano. Bisognerebbe ripartire dai settori giovanili e dall’autenticità».
Secondo Luise, la crisi attraversata dal movimento calcistico italiano non riguarda soltanto il piano tecnico.
«I giovani non vivono più il calcio con la stessa passione degli anni Ottanta e Novanta. Oggi tutto appare più veloce, più superficiale, meno genuino».
Quando il discorso si concentra sul paragone tra Maradona e i campioni contemporanei, la posizione di Antonio diventa netta.
«Maradona resterà per sempre un’icona immortale. Nessuno potrà mai avvicinarsi alla sua intelligenza calcistica e alla sua tecnica. Era un genio assoluto. Mi auguro che possano nascere grandi talenti, ma Diego è stato unico e irripetibile».
Poi emergono i ricordi più intensi, quelli che ancora oggi Antonio conserva con emozione quasi intatta.
«Nel 1999 cenammo insieme dopo una registrazione di “Carramba! Che sorpresa”, con mio padre e Andrea Carnevale. A un certo punto un’arancia stava cadendo dal tavolo. Diego, pur essendo in sovrappeso in quel periodo, con una rapidità impressionante arretrò con la sedia e la bloccò col piede. Rimasi sconvolto. Guardai mio padre e dissi: “Adesso posso anche morire, perché ho visto il genio davanti ai miei occhi”».
Il secondo episodio conserva invece il sapore malinconico degli ultimi incontri.
«Nel 2017 lo incontrammo all’Hotel Cavalieri di Roma. Mio padre e Andrea Carnevale parlavano dei vecchi tempi, io ascoltavo quei racconti con grande emozione. A un certo punto lo abbracciai fortissimo. Lui mi sussurrò all’orecchio: “Ti voglio bene”. E io risposi: “Diego, io ti amo”. Aveva gli occhi lucidi. Disse che non si sarebbe mai dimenticato di noi».
Nel 2019 morì Salvatore Luise. Un anno dopo anche Maradona lasciò questo mondo. Prima della sua scomparsa, però, Diego fece recapitare ad Antonio una dedica speciale tramite Andrea Carnevale, oggi custodita all’interno del museo privato di Castel Volturno come una delle reliquie più preziose.
Fuori da quelle stanze il calcio continua a rincorrere sponsor, denaro e spettacolarizzazione esasperata. Dentro, invece, sopravvive ancora l’eco di un’epoca irripetibile, nella quale il pallone riusciva a intrecciarsi con l’amicizia sincera, con la gratitudine e con sentimenti che nessuna cifra potrà mai acquistare.

