Intervista esclusiva al cantautore partenopeo “New Polytan” Gabriele Esposito: «La verità nella musica è l’unica cosa che resta»

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Vitulazio (Carlo Pascarella) –Una voce che rifugge l’effimero e si radica nella sostanza delle emozioni, attraversando linguaggi e territori senza smarrire la propria autenticità. Gabriele Esposito si impone come una delle espressioni più significative della nuova scena musicale napoletana, interprete di una poetica che evita l’omologazione e privilegia una costruzione lenta, consapevole, profondamente personale.

L’incontro con l’artista si è svolto in un contesto particolarmente suggestivo e carico di vitalità popolare: poco prima del concerto che ha concluso i festeggiamenti in onore di Santa Maria dell’Agnena a Vitulazio, nella serata di domenica scorsa. L’intervista ha preso forma all’interno del camper dell’Agenzia “Azzurra Spettacoli”, realtà organizzativa di primo piano, brillantemente presieduta da Giovanni Brignola, punto di riferimento per la promozione musicale sul territorio campano e non solo. Un ringraziamento sentito va al manager Danilo Coppola, per la disponibilità e la professionalità con cui ha reso possibile questo momento di confronto.

Nato nel 1998 a Massa di Somma, nel cuore dell’area vesuviana, Esposito intraprende il proprio percorso artistico in età precoce, avvicinandosi alla chitarra da autodidatta già a dieci anni. Un apprendistato libero, privo di mediazioni accademiche, che gli consente di sviluppare una sensibilità autonoma e una scrittura originale. La partecipazione a X Factor nel 2016 segna un passaggio decisivo: l’eliminazione iniziale, maturata sotto il giudizio di Arisa, e il successivo interesse manifestato da Fedez, rappresentano un momento di svolta interiore più che un traguardo mediatico. Da quel punto, la strada diviene il suo laboratorio: tra il Vomero e altri quartieri di Napoli, costruisce un rapporto diretto con il pubblico e finanzia, attraverso esibizioni e iniziative indipendenti, il suo primo EP in lingua inglese. Il suo stile, definito “New Polytan”, si configura come una sintesi tra la tradizione partenopea e le sonorità anglosassoni.

Nel tuo percorso iniziale, segnato dall’esperienza a X Factor e dall’incontro con figure come Arisa e Fedez, quale significato ha assunto quel primo rifiuto e in che modo ha inciso sulla tua decisione di costruire un’identità artistica autonoma, anche attraverso l’esperienza della strada nei quartieri di Napoli?
«Quel primo “no”, ricevuto nel 2016, ha rappresentato una lezione fondamentale. Mi ha permesso di comprendere cosa significhi costruire un percorso da zero. Se fossi andato avanti nel programma, probabilmente non avrei maturato quella consapevolezza. Invece ho iniziato a mettermi in gioco, anche grazie all’incontro con amici come Simone e Federico, che mi hanno introdotto all’arte di strada. Ho girato, ho suonato, ho raccolto circa quattromila euro e ho realizzato il mio primo EP in inglese. È stato un momento di formazione reale».

Nel processo di crescita artistica, quale ruolo hanno svolto le esibizioni nei contesti urbani napoletani, in particolare al Vomero, e in che misura queste esperienze hanno contribuito a definire il tuo rapporto con il pubblico e la tua identità musicale?
«La strada è stata determinante. È un luogo che non consente filtri: o riesci a comunicare oppure vieni ignorato. Questo confronto diretto mi ha aiutato a comprendere chi fossi davvero come artista e a costruire una relazione autentica con le persone».

Il tuo linguaggio musicale, che definisci “New Polytan”, sembra fondarsi su una sintesi tra la tradizione napoletana e le influenze d’oltreoceano, con riferimenti anche a modelli come John Mayer: come si sviluppa questo equilibrio senza che nessuna delle due componenti venga sacrificata?
«Nasce da un ascolto profondo di entrambe le dimensioni. La musica inglese ha una forza universale che mi ha sempre affascinato, mentre la tradizione napoletana possiede una ricchezza espressiva unica. Spesso, nel mondo, la canzone napoletana viene percepita come rappresentazione della musica italiana. Mettere insieme questi due elementi significa creare qualcosa di autentico».

In un contesto contemporaneo dominato dalla frenesia digitale e dalla centralità dei numeri, come riesci a preservare una coerenza espressiva, soprattutto alla luce di risultati significativi come i milioni di visualizzazioni e stream ottenuti dai tuoi brani?
«Ho capito che ciò che davvero arriva alle persone è la verità. In mezzo a migliaia di brani pubblicati ogni giorno, quello che nasce da un’emozione sincera riesce a emergere. L’unico modo per non farsi condizionare dai numeri è concentrarsi su ciò che si sente davvero. Quando il contenuto è autentico, il resto segue».

Nel tuo percorso compare anche un’esperienza, seppur breve, a Londra: in che modo questo passaggio si è inserito nella tua formazione e quale valore attribuisci oggi a quel momento?
«È stata un’esperienza limitata nel tempo, avvenuta quando scrivevo in inglese. Non ha avuto un impatto determinante. La mia crescita si è sviluppata soprattutto a Napoli, nel contesto che mi appartiene».

La tua produzione più recente evidenzia una predilezione per il napoletano, pur mantenendo aperture verso l’italiano e l’inglese: come si configura la scelta linguistica nella tua scrittura e quali elementi orientano questa decisione?
«Negli ultimi anni ho scritto soprattutto in napoletano, perché è un canale più diretto e incisivo. Il mio modo di scrivere ha influenze quasi inglesi, e portarlo nel napoletano crea una sintesi originale. Sto sperimentando anche con l’italiano, cercando una cifra che non perda il mio suono. Tuttavia, la metrica del napoletano si adatta meglio alla mia musica».

Il progetto “Accurdammece”, articolato in più volumi, sembra rappresentare una fase precisa della tua evoluzione: quale significato assume e in che direzione si orienteranno i tuoi prossimi lavori?
«“Accurdammece” rappresenta un percorso. Ho raccolto brani pubblicati negli anni perché raccontano un periodo in cui mi sono “accordato”, pezzo dopo pezzo. Nonostante il riconoscimento ricevuto, sentivo di essere ancora in una fase di costruzione. Il secondo volume chiuderà questo capitolo. Il prossimo lavoro sarà più definito, più strutturato».

Tra dimensione discografica e performance dal vivo, quale senti più affine alla tua natura artistica e quale ruolo attribuisci al rapporto diretto con il pubblico?
«Mi sento un artista che riesce a dare di più dal vivo. È lì che la mia musica prende forma piena. Vorrei riuscire a trasferire sempre più quell’energia anche nei dischi. Molte persone mi conoscono attraverso i social, ma il mio desiderio è che possano vivere la mia musica dal vivo».

Il percorso di Gabriele Esposito si configura così come una traiettoria costruita con rigore, lontana da accelerazioni artificiali e radicata in una costante ricerca di verità espressiva.

In una dimensione, come quella dei grandi eventi popolari sapientemente organizzati da Azzurra Spettacoli, in cui musica e comunità si incontrano, la sua voce continua a distinguersi per autenticità, restituendo al pubblico non soltanto un suono, ma una visione destinata a durare.