Padova (Redazione) – Un applauso lungo, vibrante, quasi liberatorio squarcia il cielo gravido di pioggia e accompagna l’arrivo del feretro, mentre una città intera – e con essa molteplici mondi – si raccoglie in un abbraccio corale per salutare una figura che ha travalicato i confini dello sport per divenire simbolo universale di resilienza. A Padova, nella maestosa Basilica di Santa Giustina, oltre duemila persone hanno reso omaggio ad Alex Zanardi, campione paralimpico, ex pilota di Formula 1 e, soprattutto, uomo capace di trasformare il dolore in forza generativa.
Il rito funebre si è svolto in un’atmosfera intensa, scandita da emozioni trattenute e improvvisi slanci di commozione. All’esterno, in Prato della Valle, centinaia di ombrelli aperti hanno sfidato la pioggia, mentre all’interno della basilica prendeva forma una cerimonia dal forte valore simbolico. Sull’altare, accanto alla bara, è stata collocata la handbike che Zanardi utilizzava nelle sue imprese paralimpiche, abitualmente custodita presso il Museo della Medicina: non un semplice oggetto, ma una testimonianza tangibile di un percorso straordinario.
La celebrazione ha visto sfilare una processione composta da atleti di Obiettivo3 – il progetto fortemente voluto dallo stesso Zanardi per avvicinare allo sport persone con disabilità – seguiti dai familiari, tra cui la moglie Daniela Manni e il figlio Niccolò Zanardi, uniti in un dolore composto ma profondissimo. Le parole pronunciate durante l’omelia hanno restituito il senso di una vita vissuta con intensità rara: “La morte si è presa il corpo, non l’anima”, è stato detto, sintetizzando in modo potente l’eredità morale lasciata dal campione.
La presenza di numerose personalità ha ulteriormente delineato la vastità dell’impronta lasciata da Zanardi. Dal mondo dell’automobilismo sono intervenuti Stefano Domenicali, presidente della Formula 1, e Gian Carlo Minardi, che lo volle pilota nella propria scuderia nel 1992. A rendere omaggio alla sua figura anche icone dello sport paralimpico come Bebe Vio, visibilmente commossa, insieme ai vertici del Comitato Italiano Paralimpico, Luca Pancalli e Marco Giunio De Sanctis, e all’ex presidente del CONI Giovanni Malagò.
Non è mancata la rappresentanza istituzionale, con il ministro per lo Sport Andrea Abodi, il presidente della Regione Veneto Luca Zaia, il sindaco di Padova Sergio Giordani, oltre a delegazioni provenienti da Bologna, città d’adozione di Zanardi, rappresentata dal primo cittadino Matteo Lepore e dal sindaco di Castel Maggiore Luca Vignoli. Tra i presenti anche leggende dello sport come Alberto Tomba e Kristian Ghedina, a testimonianza di un rispetto che travalica discipline e generazioni.
Particolarmente significativo è stato il gonfalone della Polisportiva Progresso, richiamo alle origini, a quel territorio della Bassa emiliana dove il giovane Alex iniziò a muovere i primi passi nel mondo dei motori, tracciando una traiettoria destinata a diventare leggenda. Accanto alle figure note, una moltitudine silenziosa composta da amici d’infanzia, conoscenti, persone comuni che in lui avevano trovato un riferimento, una voce capace di infondere coraggio nei momenti più difficili.
Zanardi non è stato soltanto un atleta vincente, ma un narratore di possibilità, un interprete autentico del significato più profondo della parola rinascita. Dopo l’incidente che nel 2001 gli costò entrambe le gambe, seppe reinventarsi, conquistando medaglie paralimpiche e, soprattutto, dimostrando che il limite può diventare orizzonte. La sua storia ha attraversato generazioni, parlando un linguaggio universale fatto di determinazione, ironia e umanità.
Il commiato di Padova non si è limitato a celebrare un campione, ma ha restituito il ritratto di un uomo che ha saputo abitare la fragilità senza esserne sopraffatto, trasformandola in energia creativa. In un tempo spesso incline al disincanto, la sua figura continua a suggerire una diversa prospettiva: quella in cui la caduta non rappresenta una fine, ma l’inizio di una nuova possibilità.
E mentre le ultime note e i saluti si dissolvono nella navata, resta la percezione che qualcosa, in quella basilica, non si sia concluso, ma piuttosto trasmesso. Un’eredità immateriale, fatta di esempi e significati, destinata a perdurare oltre il tempo, oltre il dolore, oltre la stessa dimensione terrena.

