Teatro Ricciardi, Gianmaria Modugno: «Abbiamo riaperto mentre tutti chiudevano». Intervista esclusiva al protagonista della rinascita culturale di Capua

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Capua (Carlo Pascarella) – Nel cuore antico della città, dove le pietre custodiscono secoli di memoria e ogni strada sembra restituire echi di civiltà remote, sorge un luogo che oggi ha smesso di essere soltanto un edificio per tornare a essere simbolo. Il Teatro Ricciardi di Capua rappresenta una delle più sorprendenti esperienze culturali del Mezzogiorno contemporaneo: una sala storica sottratta al declino, restituita al pubblico, trasformata in presidio creativo e motore identitario.
In un tempo dominato dalla dispersione digitale, dalla crisi delle abitudini collettive e dall’indebolimento progressivo dei luoghi fisici della cultura, il Ricciardi ha scelto la via opposta: intensificare la presenza, moltiplicare le attività, ricostruire comunità. Teatro, cinema d’autore, incontri con interpreti di primo piano, attività didattiche, festival, formazione, orchestra stabile, progettualità urbanistiche: tutto converge in un modello gestionale raro per lucidità strategica e capacità di visione.

Alla guida di questa metamorfosi vi è Gianmaria Modugno, trentaquattrenne capuano che dal 2014 ha assunto la responsabilità di una struttura complessa, rilanciandola con coraggio e metodo. La sua famiglia, da otto generazioni, opera nel settore del restauro architettonico e della tutela monumentale. Non si tratta di un dettaglio marginale: nel 1929 fu proprio il bisnonno di Gianmaria a curare il restauro del teatro.
Quasi un secolo dopo, quel filo si è riannodato. Dove altri avrebbero visto soltanto costi, problemi e incertezze, Modugno ha intravisto una missione. Dove molti avrebbero esitato, lui ha scelto di investire.

Ho incontrato Gianmaria Modugno davanti al suo Teatro Ricciardi per una lunga conversazione sul passato, sul presente e sulle ambizioni future di una realtà che oggi guarda ben oltre i confini provinciali.
Gianmaria, partiamo dalle radici. Prima ancora del ruolo pubblico che oggi incarni, chi sei umanamente e culturalmente, e quale tradizione familiare ha plasmato il tuo sguardo sul patrimonio, sull’impresa e sul senso della responsabilità verso i luoghi della memoria?
«Ho 34 anni, sono di Capua. Provengo da una famiglia che, da otto generazioni, si dedica al restauro architettonico e alla tutela degli edifici monumentali. Sono cresciuto in un ambiente nel quale la storia non era un concetto astratto, ma una presenza concreta e quotidiana. Fin da ragazzo ho respirato il valore della conservazione, dell’impegno e della responsabilità verso ciò che appartiene alla collettività.»
La tua vicenda personale sembra intrecciarsi con quella del Teatro Ricciardi ben prima del 2014. In che modo la storia della tua famiglia si è innestata su quella di questo edificio, quasi a comporre una continuità simbolica tra passato e presente?
«In maniera molto singolare. Nel 1929 il teatro fu restaurato dal mio bisnonno. Quando il Cavaliere Arturo Ricciardi acquistò la struttura dal Comune, affidò proprio alla mia famiglia i lavori principali: il recupero esterno e la ricostruzione interna. Per questo il mio rapporto con il Ricciardi non nasce nel 2014, ma affonda le radici in una memoria familiare molto più antica.»
Il Ricciardi porta con sé secoli di stratificazioni, mutamenti stilistici e alterne fortune. Se dovessi raccontarne sinteticamente il percorso storico, quali passaggi ritieni decisivi per comprenderne l’identità odierna?
«Il Teatro Ricciardi ha attraversato una storia complessa, talvolta travagliata. Conserva un impianto originario cinquecentesco, ma nel corso dei secoli ha subito vari interventi. In particolare, tra l’inizio e la fine del Settecento, ricevette trasformazioni estetiche di gusto neoclassico; il colonnato, per esempio, appartiene a quella stagione. È stato più volte aperto e richiuso, vivendo fasi di splendore e lunghi momenti di silenzio. Tutto questo oggi costituisce parte della sua identità.»
Quando nel 2014 assumi la guida della struttura, non erediti soltanto un contenitore culturale, ma un organismo fragile, segnato da problemi concreti e da una lunga marginalità. Quale scenario ti trovasti davanti nei primi mesi?
«Uno scenario molto più difficile di quanto immaginassimo. Inizialmente avevamo previsto semplici lavori di adeguamento impiantistico e di messa a norma antincendio. In realtà ci trovammo di fronte a una situazione gravemente compromessa. I costi passarono da una previsione di circa 180 mila euro a un investimento complessivo di un milione di euro. Fu subito chiaro che non si trattava di un intervento ordinario, ma di una vera opera di rinascita.»
Dinanzi a un impatto tanto gravoso, quale fu la prima decisione realmente dirimente: quella scelta senza la quale la rinascita del Ricciardi non sarebbe mai cominciata?
«La scelta decisiva fu affrontare il restauro con rapidità e determinazione, rendendo il teatro finalmente moderno, accessibile e funzionale. Fortunatamente avevamo competenze specifiche nel settore del recupero architettonico, e questo ci consentì di intervenire con efficacia. Senza quella preparazione sarebbe stato tutto molto più complesso.»
Riaprire un teatro in un’epoca di chiusure diffuse, di consumo domestico e di progressiva disaffezione verso i riti collettivi appariva quasi un gesto controcorrente. Quanto eri consapevole della portata di quella sfida?
«Ne ero perfettamente consapevole. Noi aprimmo in controtendenza, in una fase storica in cui teatri e cinema continuavano a chiudere, e purtroppo quella tendenza non è del tutto scomparsa. Il semplice fatto di riaprire una sala in quel contesto suscitò attenzione. Ma sapevo che il gesto simbolico non bastava: bisognava poi renderlo sostenibile e credibile.»
A un certo punto avrai compreso che non bastava riaprire le porte, ma occorreva ripensare radicalmente la funzione stessa del teatro. Quando maturò questa consapevolezza e come si tradusse operativamente?
«Maturò progressivamente. Ero molto giovane quando iniziai e, vivendo la gestione quotidiana, compresi che per restare aperti servivano nuove risorse, nuove idee e una pluralità di attività. Da lì nacque il progetto di integrare scuola di teatro, cinema per le scuole, spettacoli per studenti, rassegne e una programmazione differenziata. Il teatro doveva diventare un ecosistema culturale, non una semplice sala.»
Se dovessi definire oggi la tua idea di teatro non come semplice luogo di spettacolo, ma come presidio civile, dispositivo educativo e spazio di comunità, come la formuleresti?
«Per me il teatro non può limitarsi ad aprire le porte la sera aspettando che il pubblico entri spontaneamente. Deve essere presidio culturale, spazio educativo, occasione di incontro e crescita civile. Oggi il pubblico va formato, coinvolto, intercettato. Un teatro vive davvero quando genera relazioni, non soltanto eventi.»
Nel Ricciardi cinema e teatro non convivono soltanto: sembrano alimentarsi reciprocamente. In che modo hai costruito questa grammatica condivisa tra due linguaggi espressivi solo apparentemente distanti?
«Abbiamo cercato di far dialogare due mondi che, in realtà, hanno molto in comune: narrazione, emozione, partecipazione. Con il tempo, e forse contro ogni previsione, siamo diventati molto forti sul cinema. Viviamo in una provincia complessa, dove spesso funzionano maggiormente i nomi televisivi e c’è meno propensione alla scoperta teatrale.»
Quando parli di nomi televisivi, a quali esempi ti riferisci?
«Mi riferisco, per esempio, a interpreti molto popolari come Carlo Buccirosso e Biagio Izzo, figure che naturalmente hanno una capacità immediata di richiamo sul pubblico.»
In un territorio dove talvolta prevale la logica del richiamo immediato rispetto alla curiosità culturale, quali strumenti ritieni necessari per educare nuovamente il pubblico alla scoperta?
«L’unico strumento realmente efficace è il lavoro costante sulla formazione. Bisogna partire dai bambini, dalle scuole, dal primo incontro con il palcoscenico e con il linguaggio cinematografico. Se si semina curiosità in età giovane, nel tempo si raccoglie partecipazione consapevole.»
Esiste un episodio, magari apparentemente minimo, che più di altri ti abbia fatto comprendere quanto sia urgente intervenire già nell’infanzia sul rapporto tra nuove generazioni e spettacolo dal vivo?
«Sì, durante la rassegna “Teatro con mamma e papà”, che organizziamo la domenica mattina. Vedere bambini di tre o quattro anni assistere per la prima volta a uno spettacolo dal vivo è molto significativo. Alcuni, essendo abituati agli schermi, provano persino a fare lo zoom sul palco. È un’immagine tenera, ma anche eloquente.»
Uno dei tratti più originali del Ricciardi è il rapporto diretto tra artisti e spettatori. In un tempo di fruizione impersonale e mediata, perché reputi strategico restituire centralità all’incontro umano?
«Perché rappresenta il nostro valore aggiunto più autentico. Molte sale organizzano semplici passaggi promozionali degli artisti; noi, invece, puntiamo sul confronto vero, sul dialogo diretto, sulla possibilità di creare un’esperienza irripetibile. Oggi l’incontro umano è un bene raro, e quindi ancora più prezioso.»
Che cosa genera, sul piano culturale ed emotivo, questo confronto ravvicinato tra chi crea l’opera e chi la riceve?
«Genera uno scambio reale, profondo, paritario. Il pubblico non percepisce più l’artista come una figura distante, ma come qualcuno con cui entrare in relazione. È una sorta di cineforum di altissimo livello: non si discute genericamente di un film, ma con chi quel film lo ha scritto, diretto o interpretato.»
Immagino che questa impostazione abbia inciso anche sulla reputazione nazionale del teatro. Quanto è stato importante, in tal senso, il Capua Film Fest?
«È stato decisivo. Ha consolidato la nostra credibilità nei confronti delle distribuzioni cinematografiche, degli attori, dei registi e del pubblico. Ci ha consentito di mostrare concretamente la serietà del nostro lavoro e la qualità del rapporto che sappiamo costruire tra artisti e territorio.»
Che tipo di artisti avete ospitato e che valore attribuisci alla loro presenza in una città come Capua?
«Per il pubblico è un’esperienza straordinaria poter assistere a un film con Tony Servillo presente in sala, oppure dialogare con Valeria Golino, Jasmine Trinca, Antonio Albanese. Sono occasioni che spesso si immaginano possibili soltanto nelle grandi città.»
Il Capua Film Fest oggi appare ben più di una rassegna estiva. Come definiresti la sua natura e la sua funzione nel sistema complessivo del Ricciardi?
«Nasce come iniziativa promozionale del teatro, ma oggi è molto di più. È una festa del cinema e insieme una festa della città. Per due settimane Capua diventa luogo di incontro, di dialogo e di visibilità nazionale. È un’estensione naturale dell’identità del Ricciardi.»
Quale elemento rende questa manifestazione diversa da molte altre esperienze festivaliere più strutturate ma spesso più fredde?
«L’atmosfera umana che si crea. Qui il pubblico e gli artisti si incontrano davvero. Prima dei dibattiti capita di parlare liberamente con attori e registi. A Capua si abbassano molte barriere e nasce una relazione spontanea.»
I Giardini dello Sperone rappresentano uno dei prossimi snodi strategici. Che valore simbolico e urbanistico attribuisci a questo recupero?
«È un progetto molto importante. I Giardini dello Sperone sono di impianto borbonico e presto inizieremo il restauro. Restituire un luogo simile alla città significa ampliare il discorso culturale e trasformarlo anche in rigenerazione urbana.»
Che cosa immagini concretamente per quell’area e in che modo dialogherà con il Teatro Ricciardi?
«Una sala esterna stabile per il cinema all’aperto, una sala interna polifunzionale per proiezioni, convegni, mostre e attività culturali. Ci sarà anche un ristorante. Sarà, a mio avviso, l’evoluzione più compiuta dell’ecosistema Teatro Ricciardi.»
Capua, nella narrazione comune, potrebbe apparire periferica rispetto ai grandi circuiti culturali. Tu sei riuscito invece a trasformare questa dimensione in una risorsa. Come?
«Perché la promozione del territorio è una delle ragioni fondative di questa avventura. Il teatro non poteva restare chiuso. Una città senza teatro non è una città. Da questa convinzione è nato tutto il resto.»
Hai ricevuto segnali concreti che dimostrano come la presenza del Ricciardi stia incidendo persino sulle scelte di vita delle persone?
«Sì. Recentemente Anna Camerlingo, fotografa di scena di Marco Bellocchio, mi ha raccontato di aver scelto di vivere a Capua anche perché qui esistono un cinema e un teatro. È un episodio che dice molto.»
Trecento giorni di attività annuale equivalgono a un ritmo quasi industriale applicato alla cultura. Quale architettura organizzativa rende possibile una continuità tanto intensa?
«Con grande passione e con una squadra straordinaria. La mattina svolgiamo attività di cinema e teatro, il pomeriggio parte la scuola, la sera proiezioni o spettacoli. È una macchina complessa che richiede dedizione quotidiana.»
Ogni progetto ambizioso si regge sulle persone. Chi desideri riconoscere pubblicamente come parte essenziale di questo percorso?
«Francesco Massarelli per la direzione artistica del cinema; La Mansarda Teatro dell’Orco di Roberta Sandias per il lavoro con bambini e scuole; il Teatro Pubblico Campano per la fattiva e preziosa collaborazione; Antonio De Blasio, che spesso rappresenta il primo volto che il pubblico incontra entrando; Nazzaro Buonocore per l’ufficio stampa; Frog Factory per la comunicazione.»
Ricostruire una comunità culturale, spesso, è più difficile che restaurare un edificio. Quanto è stato complesso riconquistare fiducia e reputazione?
«Forse è stata la parte più difficile. Prima di tutto bisognava riabilitare il nome del teatro, che proveniva da gestioni precedenti molto negative e da una reputazione compromessa.»
Quanto pesava, concretamente, quella sfiducia nel rapporto con il settore cinematografico nazionale?
«Moltissimo. Quando iniziai a contattare le case distributrici avevo 21 anni e nessuno si fidava del Teatro Ricciardi. Ho dovuto pagare materialmente per cominciare ad avere film. È stato un passaggio duro, ma necessario.»
Oggi, invece, il quadro appare radicalmente mutato. Che cosa rappresenta questo cambiamento per te?
«Oggi facciamo parte dei tour ufficiali delle uscite cinematografiche. È stato un cambiamento enorme, frutto di anni di lavoro serio e coerente.»
Anche la nascita di una vostra orchestra stabile sembra indicare la volontà di allargare continuamente il perimetro del progetto. Quanto conta questa esperienza?
«Conta moltissimo. La Teatro Ricciardi Art Sound Orchestra riunisce 62 elementi ed è nata grazie al maestro Domenico Rocco, un ragazzo giovanissimo dotato di grande visione e capacità.»
Quale risposta hai riscontrato dal pubblico verso la stagione sinfonica?
«Molto positiva. Quest’anno abbiamo realizzato la prima stagione sinfonica tra novembre e marzo, con quattro appuntamenti molto partecipati. Non era affatto scontato.»
Guardando al futuro, dopo una trasformazione già così significativa, quali nuove traiettorie artistiche, produttive e formative desideri ancora esplorare?
«Abbiamo già prodotto cortometraggi che ci hanno dato soddisfazioni importanti, arrivando anche alle selezioni di Cannes. Sicuramente vogliamo sviluppare ulteriormente la produzione cinematografica e ampliare la nostra capacità progettuale.»
Se dovessi riassumere in una sola formula la meta ultima del tuo lavoro, quale sarebbe?
«Mettere sempre il teatro al centro del discorso e, insieme al teatro, mettere Capua al centro del discorso.»
Nel racconto di Gianmaria Modugno emerge una verità spesso dimenticata: i luoghi culturali non si salvano da soli. Hanno bisogno di competenza, sacrificio, rischio, perseveranza e visione.
Il Teatro Ricciardi oggi non rappresenta soltanto una rinascita architettonica o gestionale. È la dimostrazione concreta che anche una città ritenuta periferica può generare centralità, attrazione, prestigio e futuro.
Mentre altrove si abbassano serrande e si spengono proiettori, a Capua qualcuno ha scelto di fare il contrario: riaprire, investire, immaginare. E spesso le rivoluzioni più autentiche cominciano proprio così.