Vitulazio/San Nicola la Strada/Portico di Caserta/Torre del Greco/ Ercolano (Redazione) – All’ombra del Vesuvio, dove la memoria dei luoghi continua a dialogare con la sensibilità contemporanea, l’arte torna a rivestire il ruolo di interprete privilegiata dell’animo umano. È in questo scenario denso di storia, suggestioni e stratificazioni culturali che il Palazzo Baronale di Torre del Greco ospita la mostra “Arte e Cultura all’ombra del Vesuvio – Tra il Sublime e l’Infinito”, iniziativa promossa dall’Accademia Ercolanese guidata da Aniello De Rosa.
La rassegna, inserita nel programma della storica Festa dei Quattro Altari, propone un itinerario espositivo nel quale pittura, materia, simbolismo e ricerca interiore si intrecciano in una narrazione capace di attraversare passato, presente e futuro. Le opere raccolte negli spazi del prestigioso edificio storico invitano il visitatore a confrontarsi con i temi della memoria, dell’identità, del territorio e della tensione verso l’assoluto, in un dialogo continuo tra esperienza umana e dimensione spirituale.
Proseguirà fino al 14 giugno questa esposizione, che sta richiamando l’attenzione di appassionati, studiosi e visitatori grazie alla qualità delle opere presentate e alla profondità delle riflessioni proposte dagli artisti coinvolti.
Ad animare il percorso espositivo sono le opere di Pio Carlo Barola, Mariangela Cacace, Mario Cacace, Vincenzo Cacace, Sergio Gioielli, Elena Hlodec, Antonio Izzo, Ugo Levita, Gennaro Pisco, Filippo Romito, Antonio Solvino e Tanya Krusteva, interpreti di linguaggi differenti ma accomunati dalla volontà di indagare il rapporto tra uomo, natura, memoria e trascendenza.
Tra i protagonisti assoluti della rassegna emerge la presenza della famiglia casertana Cacace, autentica espressione del panorama artistico casertano contemporaneo. I Cacace sono originari di Ercolano e rappresentano un caso raro e particolarmente significativo: padre e figli espongono insieme nella terra delle proprie origini, offrendo tre prospettive autonome ma idealmente connesse.
I Cacace sono artisti casertani di origine ercolanese. Vincenzo Cacace, figura di riferimento nel mondo dell’arte contemporanea, risiede oggi a Portico di Caserta; il figlio Mario Cacace, docente di Arte presso l’Istituto Comprensivo “Artemisia Gentileschi”, vive a San Nicola La Strada; mentre Mariangela Cacace, anch’essa insegnante oltre che artista e ricercatrice, risiede a Vitulazio, dove sviluppa una personale ricerca espressiva che unisce pittura, musica e sperimentazione materica.
La partecipazione dei tre artisti assume un significato che travalica la semplice presenza espositiva. Le loro opere costituiscono altrettante interpretazioni di una comune eredità culturale alimentata dalle radici ercolanesi, dal legame con il territorio e da una costante riflessione sulla dimensione umana. La loro presenza conferisce alla mostra una peculiare valenza simbolica, creando un ideale ponte culturale tra l’area vesuviana e la provincia di Caserta.
Particolarmente intensa appare la proposta di Vincenzo Cacace, autore di una composizione che egli stesso definisce «la casa delle radici». Un luogo ideale nel quale «gli intrecci rappresentano le varie idee e le varie emozioni che si fondono l’una nell’altra», sviluppandosi sullo sfondo del Vesuvio osservato da Ercolano, riferimento geografico ma soprattutto spirituale.
La creazione si configura come una complessa architettura di segni e significati. Tra le figure emergenti si distingue «una donna» che rappresenta «l’innalzamento verso il sublime», mentre compare, quasi appartato ma costantemente presente, «il povero pittore paesaggista», alter ego dell’autore.
«Cerca di apprendere tutte queste cose per poi riportarle come testimonianza verso chi verrà», ha spiegato Cacace, attribuendo alla pratica artistica il compito di raccogliere e tramandare il patrimonio immateriale delle emozioni, delle esperienze e della conoscenza.
Nell’opera trovano spazio simboli di straordinaria forza evocativa. L’uovo assume il valore di principio generatore: «L’uovo rinnova la vita. È il simbolo della vita cosmica che continua e che infiorisce», afferma l’artista, evocando il perpetuo rinnovarsi dell’esistenza.
Altrettanto significativa risulta la figura trinitaria presente nella composizione, definita come «la fusione dei pensieri in cui si accavallano la forza, la sapienza e la bellezza». Tre dimensioni che, secondo l’autore, «dovrebbero essere sempre viste insieme e collaborare per costruire il mondo». Pur trattandosi di «un’unica figura», essa manifesta «aspetti diversi», offrendo una sintesi armonica di energie complementari.
A completare il racconto iconografico compare il corallo, elemento identitario della tradizione torrese, che «rappresenta il fuoco, il territorio e l’energia», condensando in sé la vitalità primordiale della natura e il senso di appartenenza alle proprie origini.
Diversa ma complementare appare la ricerca di Mario Cacace, che attraverso l’opera “Sotto questa luna” affronta una delle ferite più profonde del territorio campano: la Terra dei Fuochi.
«Lo scenario raccontato nell’opera è dedicato alla mia terra. Tutto avviene sotto questa luna che illumina il paesaggio e il Vesuvio visto da San Nicola La Strada, lo stesso panorama che osservo durante le mie passeggiate», spiega l’artista.
La peculiarità del lavoro risiede soprattutto nei materiali impiegati. Le strutture che attraversano la superficie pittorica evocano simbolicamente i rifiuti che hanno segnato il territorio e sono state realizzate attraverso il recupero di elementi destinati allo smaltimento.
«Ho sottratto il materiale proprio dai rifiuti. Parti di mobili, legno recuperato dalla strada e oggetti destinati all’abbandono. Ho voluto offrire una seconda vita a ciò che sarebbe stato scartato», racconta l’autore.
L’opera assume così una duplice valenza: denuncia ambientale e proposta concreta di rigenerazione. Un invito rivolto tanto ai cittadini quanto alle istituzioni affinché sviluppino una maggiore attenzione verso la tutela del territorio. Attraverso la propria ricerca creativa, l’artista dimostra come anche un piccolo gesto possa trasformarsi in un esempio concreto di recupero e rinascita.
La luna, presenza costante nella produzione di Mario Cacace, costituisce inoltre una sorta di firma poetica. «Da anni rappresenta una fonte inesauribile di ispirazione. Richiama l’universo femminile e accompagna gran parte del mio percorso creativo». Una presenza luminosa che veglia sul paesaggio e suggerisce una prospettiva di speranza.
A completare il trittico familiare interviene la ricerca di Mariangela Cacace, che presenta l’opera “L’eco dell’invisibile tra sublime ed infinito”, una creazione perfettamente coerente con il tema della rassegna.
Il lavoro appartiene a un ciclo sviluppato attraverso una tecnica ideata dall’artista e definita cronocromografia.
«Crono richiama il tempo, cromo il colore e grafia l’incisione dell’anima», spiega Mariangela Cacace. Una definizione che sintetizza una ricerca fondata sulla sedimentazione del vissuto, sulla stratificazione della memoria e sulla trasformazione della materia in racconto.
Nell’opera convivono molteplici linguaggi. Sul fondo emergono spartiti musicali che, intrecciandosi con la pittura, acquisiscono una nuova dimensione espressiva. Musica, arte e parola dialogano all’interno della stessa superficie generando una partitura visiva nella quale ogni elemento contribuisce alla costruzione del significato.
«In molti lavori utilizzo parole tratte da frammenti poetici che sullo spartito musicale si comportano come note», racconta l’artista. Una ricerca che trae origine dalla profonda passione per il jazz e dalla collaborazione con musicisti che negli anni le hanno donato spartiti annotati, vissuti, arricchiti da correzioni e interventi grafici che testimoniano il percorso creativo degli esecutori.
Alcuni di questi documenti possiedono un particolare valore storico. Nell’opera esposta sono infatti presenti anche spartiti appartenenti al repertorio del Seicento, donati all’artista da un musicista casertano e successivamente integrati nel processo creativo.
Ne deriva una composizione stratificata e raffinata, nella quale memoria, musica, colore e materia si fondono in una riflessione sul tempo e sull’invisibile. L’opera non rappresenta il sublime e l’infinito in modo didascalico, ma li lascia emergere attraverso echi, rimandi e sovrapposizioni capaci di evocare ciò che sfugge allo sguardo ma continua a risuonare nella profondità dell’animo umano.
A testimonianza del rilievo culturale assunto dall’iniziativa, all’inaugurazione hanno preso parte anche il sindaco di Torre del Greco, Luigi Mennella, e la sindaca di Ercolano, Antonietta Garzia. La loro presenza ha sottolineato il valore della manifestazione quale momento di incontro tra istituzioni, arte e comunità, confermando il ruolo della cultura come strumento di valorizzazione dell’identità territoriale e di dialogo tra realtà differenti.
Attraverso le opere della famiglia Cacace, autorevole espressione del panorama artistico casertano, e degli altri protagonisti della rassegna, la mostra organizzata dall’Accademia Ercolanese di Aniello De Rosa si trasforma in un viaggio tra identità, memoria e futuro. Un percorso che, all’ombra del Vesuvio, restituisce all’arte la sua funzione più autentica: custodire il passato, interrogare il presente e suggerire nuove prospettive per comprendere il mondo e il mistero dell’esistenza.
In questo dialogo ideale tra Ercolano, Torre del Greco e la Terra di Lavoro, tra cultura vesuviana e sensibilità casertana, emerge con forza il valore dell’arte come linguaggio universale capace di unire territori, generazioni e visioni differenti sotto il segno della bellezza, della ricerca interiore e della memoria condivisa.

