Tracce di luce a Caserta e non solo: la storia e le battaglie di Mariarosaria Canzano

Tempo di lettura: 8 minuti

Caserta (Rosalba Moccia) – Ci sono persone che non si possono legare a una sola definizione, e questo accade per Mariarosaria Canzano.  Per capire veramente chi è, bisogna fare in modo che mente cuore camminino all’unisono.

Da un lato troviamo una professionista dal grande spessore, una pedagogista, assistente sociale, insegnante, scrittrice, esperta di DSA e tecnico RBT ABA, oltre che Cultore della Materia all’Università di Cassino, Presidente dell’Associazione “Il Coraggio di Laura”, Docente del tirocinio interno presso l’Università degli Studi UNINT  di Roma, Guardia Zoofila con decreto prefettizio presso la prefettura di Caserta, opera con il gruppo Noetaa e a novembre conseguirà una seconda laurea magistrale in Psicologia dell’Apprendimento dei Processi Inclusivi. Attualmente collabora con il Neuropsichiatra Infantile Prof. Alessandro Frolli.  Competenze concrete, certificate, nate da anni di studio e da una lunga ricerca.

Dall’altro lato, Mariarosaria mamma di Laura, una bellissima ragazza autistica, la sua chiave di volta, dove la diagnosi non è stata chiusa in una sofferenza privata, ma è diventata un veicolo sempre in movimento per cercare di cambiare le cose. Un break point dove il sapere accademico si è incontrato con l’amore per la sua Laura.

Come presidente dell’associazione “Il coraggio di Laura”, Mariarosaria ha costruito e costruisce ponti per le famiglie che si sentono perse nel buio delle diagnosi.

Quando scrive libri come “Laura Coraggio”, “Cuore nudo” o “Ombre d’innocenza”, non fa intrattenimento ma offre agli altri strumenti reali. Le pagine dei suoi libri si leggono come romanzi che stringono lo stomaco, e si consultano come manuali non per sopravvivere all’autismo ma per vivere l’autismo.

Le sue lezioni, le sue conferenze e i suoi interventi pubblici non sono mai lezioni cattedratiche. Mariarosaria parla con l’autorevolezza di chi sa di cosa sta parlando perché lo ha studiato e tanto, e con la credibilità di chi lo vive ogni giorno.

Parlando con lei, leggendo i suoi libri o seguendo i suoi canali social, si comprende come Mariarosaria non faccia dell’inclusione una bandiera retorica, ma una realtà tangibile. Ti convince, giorno dopo giorno, che una svolta culturale è possibile. Il suo obiettivo è radicare l’accoglienza nella nostra quotidianità, rendendola il verbo di una normalità nuova. Solo così, d’altronde, una società può dirsi degna di questo nome.

Una sfida culturale enorme, insomma.

Quali sono i muri più difficili da abbattere oggi per fare in modo che il termine “inclusione” non sia più necessario utilizzarlo?

«I muri più difficili da abbattere oggi sono quelli culturali, prima ancora che organizzativi. Il primo muro è l’idea che la persona autistica o con disabilità debba essere “adattata” al mondo, invece di costruire un mondo capace di accoglierla davvero. Finché parleremo di inclusione come concessione, come favore o come progetto speciale, significherà che non abbiamo ancora compreso il valore della normalità delle differenze. Un altro muro è quello dello sguardo pietistico. Le persone autistiche non hanno bisogno di compassione, ma di diritti, rispetto, opportunità, ascolto e strumenti concreti. Serve superare la logica dell’emergenza e costruire percorsi stabili, continui, personalizzati. Il termine “inclusione” non sarà più necessario quando non dovremo più spiegare che ogni persona ha diritto a esserci, a partecipare, a imparare, a lavorare, ad amare, a vivere una vita piena. Quel giorno non parleremo più di inclusione, parleremo semplicemente di umanità».

Lei ha collaborato e collabora tutt’ora con scuole, associazioni e istituzioni per promuovere la consapevolezza sull’autismo. Quali sono state le esperienze più significative e quali le sfide maggiori in questo ambito?

«Le esperienze più significative sono state quelle in cui ho visto cambiare lo sguardo delle persone. Quando entro in una scuola, in un’associazione, in una sede comunale o in altro contesto istituzionale, il mio obiettivo non è solo informare, ma smuovere coscienze. Parlare di autismo significa portare le persone oltre gli stereotipi, oltre le frasi fatte, oltre l’idea che esista un solo modo di comunicare, apprendere o stare al mondo. Tra le esperienze più importanti ci sono sicuramente gli incontri con i docenti, con le famiglie e con i ragazzi. Ogni volta che una mamma mi dice “finalmente mi sono sentita capita”, oppure un insegnante mi confida di aver modificato il proprio modo di osservare un alunno, capisco che il lavoro sta andando nella direzione giusta. La sfida più grande resta la continuità. Spesso si organizzano eventi, convegni, giornate dedicate, ma poi la vera inclusione deve continuare il giorno dopo, nelle classi, nei servizi, nelle famiglie, sui e nei territori. La consapevolezza non deve restare uno slogan: deve diventare pratica quotidiana».

L’Associazione “Il Coraggio di Laura” è nata dal suo desiderio di non far sentire sole le famiglie che affrontano l’autismo. C’è una persona, una famiglia o un bambino che, grazie all’associazione, le ha fatto capire che il suo impegno stava facendo la differenza?

«Sì, ci sono state tante famiglie che mi hanno fatto capire che l’associazione stava diventando un punto di riferimento reale. Non sempre servono grandi gesti: a volte basta una telefonata, un messaggio, una mamma che piange perché non sa più a chi rivolgersi, e poi ti ringrazia perché si è sentita meno sola. Mi hanno colpito soprattutto quei genitori che arrivano pieni di paura, confusione, senso di colpa, e piano piano ritrovano la forza di guardare il proprio figlio non solo attraverso la diagnosi, ma attraverso le sue possibilità. Quando una famiglia comprende che non è sbagliata, che non è sola, che può chiedere aiuto senza vergogna, allora sento che il mio impegno ha senso. “Il Coraggio di Laura” nasce proprio da questo: trasformare il dolore, la fatica e l’esperienza personale in una mano tesa verso gli altri. Non è un’associazione nata per inseguire i numeri, la visibilità o per avere la presunzione di cambiare il mondo dall’oggi al domani. Non pretende di modificare con una bacchetta magica il modo di pensare delle persone, perché il cambiamento culturale richiede tempo, ascolto e consapevolezza. Ha però un obiettivo molto chiaro e profondo: restituire centralità alla persona. Troppo spesso, infatti, chi vive una condizione di disabilità viene identificato esclusivamente attraverso la propria diagnosi. Si parla dell’autismo, della sindrome, della patologia, dimenticando che prima di tutto esiste una persona con i suoi desideri, le sue emozioni, i suoi talenti, le sue fragilità e i suoi sogni. L’Associazione “Il Coraggio di Laura” vuole contribuire a diffondere una cultura che metta sempre al primo posto la persona e non la sua condizione. Laura non è il suo autismo, così come nessun individuo può essere ridotto a un’etichetta diagnostica. Laura è una giovane donna con una sua identità, una sua personalità, le sue passioni, i suoi bisogni e il suo modo unico di stare al mondo. Per questo il nostro impegno quotidiano è promuovere il rispetto della dignità, dell’unicità e del valore di ogni essere umano. Vogliamo aiutare la società a guardare oltre la diagnosi, oltre le difficoltà e oltre i pregiudizi, affinché ogni persona possa essere riconosciuta per ciò che è realmente: una persona prima di tutto, con il diritto di essere accolta, ascoltata, rispettata e amata. Se riusciremo anche solo a cambiare lo sguardo di una famiglia, di un insegnante, di un professionista o di un cittadino, avremo già raggiunto una parte importante della nostra missione. Perché l’inclusione autentica inizia proprio da qui: dal riconoscere la persona prima della disabilità».

Molte donne, mamme di bambini autistici, lasciano il proprio lavoro per seguire i figli tra terapie, scuola e necessità quotidiane. In quale modo, secondo lei, le istituzioni potrebbero contribuire a far sì che ciò non accada?

«Le istituzioni dovrebbero smettere di considerare le famiglie come supplenti permanenti dei servizi mancanti. Troppe madri sono costrette a lasciare il lavoro perché devono coordinare terapie, scuola, visite, burocrazia, emergenze, crisi e quotidianità complesse. Questo non è amore materno: è spesso abbandono istituzionale mascherato da sacrificio familiare. Servirebbero servizi territoriali più forti, tempestivi e accessibili; percorsi terapeutici garantiti; assistenza domiciliare qualificata; doposcuola inclusivi; centri diurni adeguati; sostegni economici concreti; maggiore flessibilità lavorativa e tutele specifiche per i caregiver. Una madre non dovrebbe scegliere tra il lavoro e il figlio. Dovrebbe poter essere madre, donna, professionista e persona. Le istituzioni dovrebbero costruire reti, non lasciare le famiglie sole a reggere tutto».

Nel suo libro “Laura Coraggio” racconta la storia di sua figlia e il suo percorso come madre. Quali sono state le maggiori difficoltà che ha incontrato e come è riuscita a trasformarle in opportunità di crescita, sia per sé che per gli altri?

«Le difficoltà più grandi sono state l’incertezza, la paura del futuro, la solitudine e il confronto continuo con un mondo spesso impreparato. Quando arriva una diagnosi, non arriva solo una parola clinica: arriva un terremoto emotivo. Devi imparare un linguaggio nuovo, devi capire tuo figlio in modo diverso, devi difenderlo, accompagnarlo, proteggerlo, ma anche lasciarlo esistere per ciò che è. Con Laura ho attraversato momenti difficili, cambiamenti, crisi, domande senza risposta. Ma proprio Laura mi ha insegnato che il coraggio non è non avere paura: è andare avanti anche quando la paura c’è. Ho trasformato il dolore in formazione, la fatica in testimonianza, la mia esperienza personale in un impegno pubblico. “Laura Coraggio” non è solo un libro: è un atto d’amore, ma anche un messaggio per tutte le famiglie. Dice: non siete sole, la vostra storia ha valore, anche dentro la fragilità può nascere una forza immensa».

Come insegnante, quali ritiene siano le strategie più efficaci per supportare l’inclusione dei bambini con autismo o altre disabilità nelle scuole? Ci sono metodi o approcci che dovrebbero essere adottati più diffusamente?

«La prima strategia è osservare davvero il bambino. Non si può progettare nulla se prima non si comprende chi abbiamo davanti: i suoi bisogni, i suoi punti di forza, le sue paure, i suoi interessi, il suo modo di comunicare. Per i bambini autistici sono fondamentali la strutturazione degli ambienti, le routine prevedibili, le agende visive, la comunicazione aumentativa alternativa quando necessaria, le storie sociali, i rinforzi positivi, il lavoro sulle autonomie e la collaborazione con la famiglia e gli specialisti. Credo molto anche nell’Universal Design for Learning, perché permette di pensare una didattica accessibile a tutti, non adattata solo dopo per qualcuno. La vera inclusione non è mettere un bambino dentro una classe: è fare in modo che quella classe diventi un luogo dove possa partecipare, apprendere e sentirsi riconosciuto».

Cosa consiglierebbe a una famiglia che si trova ad affrontare una diagnosi di autismo per un figlio? Quali sono le risorse più importanti a cui appoggiarsi?

«Direi prima di tutto: respirate. La diagnosi non cancella vostro figlio. Non lo cambia. Vi aiuta, piuttosto, a comprenderlo meglio e a trovare strumenti più adatti per accompagnarlo. Consiglierei di non perdere tempo nella negazione, ma anche di non lasciarsi travolgere dalla paura. Serve costruire una rete: neuropsichiatra infantile, terapisti competenti, scuola, insegnanti, educatori, associazioni serie e famiglie che vivono esperienze simili. La risorsa più importante resta lo sguardo dei genitori. Uno sguardo che deve imparare a vedere non solo ciò che manca, ma anche ciò che c’è. Ogni bambino autistico ha un suo modo di comunicare, di sentire, di amare, di stare al mondo. Il compito degli adulti è imparare quel linguaggio, non pretendere che sia sempre il bambino a tradurre se stesso per noi».

Come insegnante e pedagogista, ha visto tanti bambini e famiglie. C’è una storia, un bambino o una situazione che le ha cambiato il modo di vedere l’inclusione o l’educazione?

«Sì, ci sono bambini che ti restano dentro perché ti costringono a cambiare prospettiva. Ho imparato che spesso l’inclusione fallisce non perché il bambino non è pronto, ma perché non sono pronti gli adulti, gli ambienti, i tempi, le aspettative. Ci sono stati bambini considerati “difficili” che, se osservati con attenzione, stavano solo comunicando un disagio. Bambini che non parlavano, ma dicevano moltissimo con il corpo, con lo sguardo, con il comportamento. Bambini che venivano giudicati oppositivi, ma in realtà erano sopraffatti da richieste non adatte a loro. Queste esperienze mi hanno insegnato che educare significa anche decifrare. Significa non fermarsi al comportamento, ma chiedersi sempre: cosa mi sta comunicando questo bambino? Di cosa ha bisogno? Cosa posso cambiare io, prima di pretendere che cambi lui?».

Lei è seguitissima sui suoi canali social. Come riesce ad affrontare le critiche distruttive? Che consiglio si sente di dare ai ragazzi più giovani che subiscono il cyberbullismo e non sanno come difendersi?

«Le critiche distruttive fanno male, soprattutto quando colpiscono parti profonde della propria vita, della propria famiglia o del proprio impegno. Ho imparato, però, che non tutte le parole meritano spazio dentro di noi. Ci sono critiche che aiutano a crescere e ci sono cattiverie che servono solo a ferire. Io cerco di distinguere: ascolto chi mi parla con rispetto, anche se non è d’accordo con me. Non permetto, invece, a chi usa violenza verbale di entrare nella mia serenità. Ai ragazzi direi: non restate soli. Il cyberbullismo non va sopportato in silenzio. Bisogna parlarne con un adulto di fiducia, conservare le prove, bloccare, segnalare e, quando necessario, denunciare. Nessuno ha il diritto di distruggere la vostra autostima dietro uno schermo. Il valore di una persona non si misura dai commenti cattivi degli altri. Chi ferisce online spesso racconta molto più di sé che della persona che attacca».

Cosa direbbe oggi alla Mariarosaria di quando ha ricevuto la diagnosi di Laura? C’è un consiglio, una parola o un abbraccio che vorrebbe potersi dare?

«Alla Mariarosaria di allora direi: non avere paura di tutto il futuro insieme. Vivilo un giorno alla volta. Non cercare subito tutte le risposte, perché alcune arriveranno camminando. Le direi che Laura non è una diagnosi, ma una figlia meravigliosa, una creatura capace di insegnarle il significato più profondo dell’amore, della pazienza, della resistenza e del coraggio. Le direi anche di perdonarsi: per le volte in cui si sentirà stanca, fragile, arrabbiata, impotente. Essere madre non significa essere invincibile, significa restare, anche quando il cuore trema. E poi la abbraccerei forte. Le direi: “Ce la farai. Non sarà semplice, ma questa storia diventerà luce anche per altri. Laura ti porterà dove non avresti mai immaginato di arrivare».

Grazie dottoressa, grazie per la sua delicatezza, ma soprattutto per la sua credibilità e per averci dimostrato che questa normalità nuova non è un’utopia, ma un cammino che si può fare tutti insieme.