Caserta (Redazione) – Il Volturno si ritira e, insieme alle sue acque, sembra arretrare una delle certezze sulle quali per generazioni ha poggiato l’equilibrio ambientale e agricolo di Terra di Lavoro. L’estate 2026 sta mostrando il volto più severo della siccità: livelli idrometrici particolarmente bassi, sponde normalmente sommerse tornate alla luce, fauna ittica sotto pressione e un sistema agricolo costretto a misurare ogni disponibilità d’acqua.
Il fenomeno appare evidente soprattutto a Capua, dove il corso del fiume offre in queste settimane immagini inconsuete.
Nei pressi del Ponte Romano e del Ponte Nuovo sono riaffiorate porzioni delle sponde abitualmente coperte dall’acqua, mentre il livello del Volturno resta sensibilmente al di sotto della normalità stagionale.
La riduzione della portata ha fatto emergere persino testimonianze che il fiume custodiva sotto la propria superficie.
Dall’alveo sono nuovamente visibili resti riconducibili a un vecchio mulino e detriti del ponte distrutto durante i bombardamenti del 1943, quasi che la crisi idrica avesse involontariamente riaperto alcune pagine della storia cittadina.
Ma dietro l’immagine suggestiva si nasconde una questione assai più seria.
La scarsità d’acqua significa minore ossigenazione e, conseguentemente, maggiori difficoltà per l’ecosistema fluviale.
Il problema riguarda in particolare il tratto del Basso Volturno, dove la combinazione fra temperature elevate e ridotta disponibilità idrica può mettere in sofferenza la fauna ittica.
Segnali analoghi interessano anche altri territori attraversati dal corso d’acqua, da Grazzanise a Cancello ed Arnone fino a Villa Literno, componendo un quadro che supera ampiamente i confini della città di Capua.
Il Mattino, nell’edizione casertana, richiama proprio l’attenzione sulla condizione del principale fiume della Campania e sulle conseguenze che la prolungata stagione calda potrebbe determinare sull’intero ecosistema.
Non è soltanto il Volturno, tuttavia, a raccontare la sete del territorio.
La crisi coinvolge laghi e bacini, mentre il comparto agricolo osserva con crescente preoccupazione una risorsa dalla quale dipende una parte considerevole dell’economia rurale casertana.
L’acqua destinata alle colture costituisce infatti uno degli elementi decisivi per la tenuta della piana del Basso Volturno e dell’area aurunca.
Secondo quanto emerge dal quadro degli interventi programmati, proprio sul sistema irriguo si sta tentando di costruire una risposta meno emergenziale e maggiormente strutturale.
Nella parte alta del comprensorio aurunco è stato recuperato un precedente finanziamento destinato alla riconversione delle canalette di irrigazione verso sistemi in condotta e pressione.
Una trasformazione apparentemente tecnica, ma decisiva per limitare le dispersioni e rendere più efficiente l’utilizzo della risorsa.
Un altro progetto interessa la valle del Peccia, nel territorio di Mignano Monte Lungo, dove è prevista la realizzazione di un nuovo comprensorio irriguo.
Nell’area dei Regi Lagni, al confine tra le province di Caserta e Napoli, l’obiettivo è invece ampliare e migliorare la superficie servita dall’irrigazione per circa quattromila ettari.
La prospettiva più significativa riguarda però il principio che accompagna questi interventi: misurare l’acqua utilizzata e responsabilizzare chi ne usufruisce.
Nel Casertano, tra la pianura inferiore del Volturno e il comprensorio aurunco, vengono destinate ogni anno alle colture circa quaranta milioni di metri cubi d’acqua.
Una quantità che restituisce immediatamente la dimensione economica della questione.
La siccità, dunque, non può più essere affrontata esclusivamente quando il livello dei fiumi precipita o le campagne cominciano a soffrire.
Servono manutenzione delle reti, riduzione delle perdite, ammodernamento delle infrastrutture irrigue e una cultura del consumo capace di considerare l’acqua per ciò che ormai è diventata: una risorsa preziosa e non illimitata.
Il Volturno rappresenta da secoli molto più di un corso d’acqua.
Ha modellato territori, alimentato coltivazioni, accompagnato città e comunità, custodito memoria e sostenuto economie.
La sua sofferenza diventa quindi un indicatore della vulnerabilità dell’intero sistema casertano.
Le sponde riaffiorate a Capua possono perfino incuriosire chi passeggia lungo il fiume, ma sarebbe un errore fermarsi all’immagine.
Sotto quei metri d’acqua mancanti si nasconde una domanda destinata ad accompagnare sempre più spesso le estati future: quanta acqua saremo ancora in grado di avere e, soprattutto, quanto saremo capaci di non sprecarne?
La vera emergenza non comincia quando un fiume si prosciuga. Comincia molto prima, quando una risorsa indispensabile continua a essere considerata inesauribile.

