Capua (car.pas.) – Certe sere il cinema non si limita a proiettare immagini: consacra emozioni.
È quanto accaduto ieri al Teatro Ricciardi, dove Michael ha incendiato la platea con la forza rara degli eventi destinati a sedimentarsi nella memoria collettiva.
Il film dedicato a Michael Jackson non si esaurisce in un semplice racconto biografico: si eleva a partitura visiva, a poema cinematografico sul genio, sul prezzo della grandezza e sulla vertigine del talento.
La regia di Antoine Fuqua si distingue per rigore plastico e sensibilità narrativa.
Ogni sequenza appare cesellata con mano sapiente, orchestrata con una padronanza del ritmo che alterna impeto spettacolare e meditazione intimista.
Fuqua non insegue mai l’agiografia facile: preferisce scolpire il personaggio nella sua complessità luminosa, restituendone fragilità e titanismo.
La sceneggiatura di John Logan rivela architettura solida e respiro classico.
Il testo procede con elegante progressione drammaturgica, evitando didascalismi e privilegiando una scrittura densa, sfumata, musicalmente calibrata.
I dialoghi vibrano di tensione interiore; le pause parlano quanto le parole.
E poi c’è lui: Jaafar Jackson.
Non interpreta Michael Jackson: lo evoca, lo incarna, lo fa riaffiorare.
La mimica, il portamento scenico, la cadenza corporea, la precisione del gesto: tutto concorre a una prova sorprendente per maturità e magnetismo.
Proprio nel cuore della visione, il Teatro Ricciardi torna protagonista silenzioso e magnificente.
Le sue sale eleganti, il fascino raccolto della sua storica architettura, l’atmosfera d’altri tempi conferiscono alla proiezione un’aura quasi cerimoniale.
Non semplice contenitore, ma complice prezioso dello spettacolo, il Ricciardi nobilita ogni fotogramma e trasforma la serata in un’esperienza di autentica distinzione culturale.
Straordinario il lavoro sul corpo filmico.
La fotografia scolpisce luci e ombre con raffinata eleganza cromatica.
I controluce trasformano il protagonista in icona, mentre i primi piani ne rivelano l’umanissima inquietudine.
Il montaggio, nervoso quando occorre e lirico nei passaggi emotivi, imprime continuità pulsante al racconto.
La colonna sonora, naturalmente, non accompagna soltanto: governa.
Ogni brano irrompe come memoria collettiva, ogni accordo riapre una stagione dell’immaginario mondiale.
Le sequenze performative possiedono energia trascinante e sontuosità spettacolare.
Il pubblico del Ricciardi ha percepito tutto questo con partecipazione evidente.
Si avvertiva in sala quella rara sospensione che soltanto il cinema migliore sa generare.
Silenzi assorti, applausi spontanei, sguardi rapiti: segnali inequivocabili di un’opera che colpisce nel profondo.
Michael riesce nell’impresa più ardua: raccontare un mito senza impoverirlo.
Ne restituisce il fulgore artistico, ma anche la solitudine del vertice.
Ne illumina la leggenda, ma soprattutto ne interroga l’umanità.
Quando si riaccendono le luci, resta addosso una sensazione rara: quella di aver assistito non a una semplice proiezione, ma a un incontro con la grandezza.
E nella cornice del Teatro Ricciardi, tutto questo assume il sapore degli eventi che meritano memoria duratura.
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2026-05-01

