– Nell’opificio recuperato nel cuore del sito Unesco prende forma il progetto dell’imprenditore Giuseppe Menniti: antichi telai, foulard, arte contemporanea e nuove produzioni per riportare al centro la straordinaria eredità serica leuciana
– Una strategia rivolta anche ai mercati di fascia alta e alla creazione di nuova occupazione: l’obiettivo è trasformare la tradizione in un motore contemporaneo di cultura, impresa e attrattività
Caserta (Redazione) – La tradizione conserva davvero il proprio valore soltanto quando trova qualcuno disposto a consegnarle un futuro. A San Leucio, dove l’utopia di Ferdinando di Borbone intrecciò lavoro, organizzazione sociale e produzione della seta, una nuova esperienza imprenditoriale prova oggi a riannodare quei fili, trasformando la memoria in progetto e l’eredità manifatturiera in una concreta prospettiva di rilancio.
Al centro dell’iniziativa c’è Giuseppe Menniti, imprenditore che con «Heritage San Leucio» ha scelto di investire nell’identità più autentica del sito borbonico, recuperando un opificio storico e restituendogli una funzione capace di coniugare produzione, cultura e bellezza.
Il progetto è stato presentato nel corso di una serata organizzata insieme a Donatella Cagnazzo, durante la quale gli ospiti hanno potuto conoscere gli ambienti dell’opificio e la filosofia che accompagna l’intera iniziativa.
Il percorso si è sviluppato attraverso le creazioni dello stilista Stefano Chiassai, attivo anche presso la maison Fendi. All’interno dell’antico edificio, i foulard e le lavorazioni tessili sono stati inseriti in un itinerario immersivo costruito attraverso immagini e proiezioni, capaci di trasformare muri e ambienti in elementi di una narrazione dedicata alla storia e alla vocazione produttiva di San Leucio.
Non una semplice esposizione, dunque, ma un’esperienza nella quale seta, architettura e tecnologia concorrono a ricostruire l’atmosfera di un luogo che per secoli ha fatto della manifattura un elemento della propria identità.
L’opificio, acquistato circa due anni fa dalla Ceo di Barbuti, azienda di abbigliamento maschile, è stato trasformato da spazio produttivo in luogo nel quale lavoro e cultura possono convivere. Il progetto comprende infatti anche ambienti dedicati all’arte contemporanea.
Sono presenti 27 scatti fotografici di Antonio Bisuscu, un’opera di Yael Bartana e il sound art contemporaneo di Roberto Pugliese, in un dialogo tra linguaggi contemporanei e memoria industriale.
La scelta di San Leucio non appare casuale. Il progetto intende recuperare la storia di una comunità nella quale la produzione della seta rappresentò anche un modello sociale, con particolare attenzione al ruolo delle donne nell’attività dell’opificio.
«Heritage», del resto, significa eredità. Ed è precisamente sull’idea di un patrimonio ricevuto, reinterpretato e consegnato al futuro che poggia l’intera operazione: non una riproduzione nostalgica del passato, ma il tentativo di utilizzare la storia come materia viva per una nuova stagione produttiva.
Un simbolo di questa continuità è rappresentato dalla volontà di far rivivere una celebre produzione partendo da un foulard che, ai tempi di Ferdinando, portava il nome di «fichu». Il progetto punta a riproporne i caratteri e a riportare questa tradizione all’interno di un circuito contemporaneo.
La prospettiva guarda anche oltre i confini locali. È prevista l’apertura, entro marzo 2027, di uno showroom in piazza della Seta, destinato a esporre le nuove produzioni e a diventare uno spazio di rappresentanza del progetto.
Il target individuato è quello della fascia alta, con l’ambizione di rivolgersi a una clientela abituata alle grandi strade internazionali del lusso, da via Montenapoleone a Bond Street fino alla Fifth Avenue. Una scelta che punta a collocare la manifattura leuciana dentro una dimensione contemporanea senza recidere il legame con le sue origini.
La prospettiva imprenditoriale porta con sé anche una ricaduta occupazionale. Secondo quanto illustrato, i profitti derivanti dalla produzione saranno equamente ripartiti: il 33 per cento all’imprenditore, il 33 per cento ai dipendenti e la restante quota alla comunità leuciana, con l’intento dichiarato di contribuire al rilancio del territorio.
Il progetto assume così una fisionomia che va oltre la semplice produzione tessile. La seta diventa il punto di incontro tra patrimonio storico, creatività, arte, occupazione e capacità di raccontare San Leucio a un pubblico nuovo.
La stampa cartacea ha dedicato spazio all’iniziativa, mettendo in evidenza il tentativo di restituire centralità alla tradizione serica leuciana attraverso un modello capace di intrecciare cultura, produzione e prospettive economiche.
San Leucio possiede già una storia che il mondo può riconoscere. La sfida più ambiziosa non consiste nel celebrarla ancora una volta, ma nel renderla nuovamente produttiva. Se la seta è stata per secoli il filo della sua identità, oggi quello stesso filo può diventare il legame tra ciò che questo luogo è stato e ciò che prova nuovamente a diventare.

