Clan dei Casalesi, arrestato a Vicenza il boss Luciano Donadio: deve scontare 30 anni di carcere

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– Si conclude dopo tre giorni la fuga del sessantenne originario di Casal di Principe, ritenuto al vertice dell’organizzazione camorristica radicata nel Veneto orientale, soprattutto nel territorio di Eraclea. Era sfuggito all’esecuzione dell’ordine di carcerazione seguito alla condanna definitiva della Cassazione

– Decisive le indagini della Squadra Mobile di Venezia, con il supporto del Servizio Centrale Operativo e della Squadra Mobile di Caserta. Il ricercato è stato individuato nei pressi del carcere di Vicenza, dove si trova detenuto anche uno dei figli, destinatario di un provvedimento restrittivo nella medesima vicenda giudiziaria

Caserta (Carlo Pascarella) – Tre giorni di irreperibilità, una condanna definitiva a trent’anni di reclusione e una complessa attività investigativa che ha consentito di rintracciare uno degli esponenti di riferimento della criminalità organizzata di matrice casertana nel Nord Italia. Si è conclusa sabato 10 ottobre 2026, a Vicenza, la fuga di Luciano Donadio, 60 anni, originario di Casal di Principe, riconosciuto dalla giustizia come figura di vertice della ramificazione del clan dei Casalesi operante nel Veneto orientale.

L’uomo è stato individuato dalla Squadra Mobile di Venezia, in collaborazione con quella di Vicenza, al termine di serrate indagini coordinate dalla Procura generale della Repubblica lagunare.

Il sessantenne era sfuggito alla cattura nei giorni precedenti, quando le forze dell’ordine avevano avviato l’esecuzione dei provvedimenti restrittivi conseguenti alla pronuncia della Corte di Cassazione, che aveva reso definitiva la condanna a suo carico.

La sentenza ha confermato la pena di trent’anni di carcere per il ruolo ricoperto nell’organizzazione mafiosa che, secondo le risultanze giudiziarie, aveva progressivamente consolidato la propria presenza nel territorio di Eraclea e in altre località del Veneziano.

L’operazione si inserisce in una più ampia vicenda processuale che ha interessato numerosi esponenti di una struttura criminale riconducibile al clan dei Casalesi, capace di estendere i propri interessi ben oltre i confini della provincia di Caserta.

La Procura generale di Venezia aveva disposto l’esecuzione di provvedimenti restrittivi nei confronti di 24 persone coinvolte nel procedimento, dopo le condanne pronunciate dalla Corte d’Appello nel giugno 2025 e il successivo pronunciamento della Suprema Corte.

Mentre gran parte dei destinatari era stata raggiunta dai provvedimenti o si era presentata spontaneamente negli istituti penitenziari, il principale esponente dell’organizzazione aveva fatto perdere le proprie tracce.

Le ricerche sono state avviate immediatamente, attraverso un’attività investigativa che ha coinvolto più strutture della Polizia di Stato.

Gli investigatori della Squadra Mobile di Venezia hanno operato con il supporto del Servizio Centrale Operativo e della Squadra Mobile di Caserta, avvalendosi anche di attività intercettive e di approfondimenti sui contatti mantenuti dal ricercato.

Proprio l’analisi delle relazioni familiari avrebbe consentito di individuare un elemento determinante per la sua localizzazione.

Secondo quanto emerso dalle indagini, il sessantenne, rimasto in contatto con i propri affetti più stretti, avrebbe manifestato l’intenzione di costituirsi presso il carcere di Vicenza, dove risulta detenuto anche uno dei figli, coinvolto nella stessa vicenda giudiziaria.

Le successive verifiche hanno permesso agli agenti di individuare una persona corrispondente al ricercato nelle aree di pertinenza dell’istituto penitenziario vicentino.

L’intervento, condotto dalla Squadra Mobile veneziana in stretto raccordo con i colleghi di Vicenza e d’intesa con la Polizia Penitenziaria, ha consentito di procedere alla sua identificazione e all’esecuzione dell’ordine di carcerazione.

L’uomo è stato quindi accompagnato presso gli uffici della Polizia di Stato per gli adempimenti previsti, prima della destinazione al carcere di Vicenza.

La vicenda riporta l’attenzione su una delle più significative inchieste relative alla presenza della camorra casertana nell’Italia settentrionale.

Le indagini, sviluppatesi nel corso degli anni, avevano ricostruito l’esistenza di un’organizzazione criminale capace di inserirsi nel tessuto economico e sociale del Veneto orientale, esercitando un’influenza particolarmente rilevante nell’area di Eraclea.

Secondo le risultanze processuali, il gruppo aveva perseguito il controllo di attività economiche, con particolare interesse per i settori dell’edilizia e della ristorazione, ricorrendo anche a intimidazioni, estorsioni e altri comportamenti riconducibili al metodo mafioso.

Gli accertamenti avevano inoltre evidenziato tentativi di condizionamento delle dinamiche politico-amministrative locali, delineando un sistema di relazioni che aveva consentito all’organizzazione di radicarsi progressivamente sul territorio.

Tra i reati contestati nell’ambito del procedimento figuravano associazione di tipo mafioso, estorsione, usura, riciclaggio, trasferimento fraudolento di valori ed emissione di fatture per operazioni inesistenti, oltre ad altre fattispecie aggravate dal metodo o dall’agevolazione mafiosa.

Un quadro investigativo che aveva trovato un momento decisivo nell’operazione «At Last» del febbraio 2019, quando le forze dell’ordine avevano eseguito numerosi arresti, facendo emergere l’ampiezza della struttura criminale attiva nel territorio veneziano.

La recente decisione della Cassazione ha consolidato una parte rilevante delle conclusioni giudiziarie, rendendo esecutive le pene nei confronti dei condannati interessati dai provvedimenti di carcerazione.

Il rintraccio del principale esponente dell’organizzazione rappresenta dunque un passaggio importante nell’esecuzione delle condanne e nel contrasto alle ramificazioni territoriali della criminalità organizzata.

Particolarmente significativa, nell’operazione, è stata la collaborazione tra gli investigatori veneti e la Squadra Mobile di Caserta, a testimonianza della dimensione interregionale delle attività di contrasto ai sodalizi mafiosi.

La vicenda di Eraclea dimostra infatti come le organizzazioni criminali possano cercare di affermare il proprio potere anche in territori geograficamente distanti da quelli d’origine, attraverso l’infiltrazione dell’economia e la costruzione di reti di influenza.

Con l’esecuzione della condanna definitiva si chiude la breve fuga del sessantenne, mentre resta centrale il significato più ampio dell’intera operazione giudiziaria.

Il contrasto alle mafie non si esaurisce nella cattura dei loro esponenti, ma richiede una costante capacità di riconoscere e interrompere quei legami economici, sociali e istituzionali attraverso i quali la criminalità organizzata tenta di trasformare la propria presenza in un sistema di potere.