di Redazione
Napoli – Quando la cultura diventa atto di resistenza e promessa di futuro, essa si manifesta negli
sguardi, nelle parole e nelle azioni di chi la vive con dedizione. È in questo scenario che emerge la
figura di Lucia Cerullo, protagonista di un percorso di impegno civile e culturale che anima l’Unitre
di Napoli, trasformandola in luogo di incontro, dialogo e riflessione.
Nata e cresciuta al Vomero, a Napoli, Cerullo ha dedicato oltre quindici anni della propria vita
all’associazione, di cui è presidente. A 78 anni porta ancora avanti con entusiasmo l’attività
culturale e sociale, credendo fermamente nella capacità della formazione permanente di incidere sul
tessuto comunitario. Unitre non è soltanto un luogo di lezioni, ma uno spazio di socialità e
confronto in cui convivono curiosità, rispetto e inclusività, aperto a persone di ogni età, provenienza
e credo religioso.
Lei ha vissuto in prima persona l’evoluzione dell’Unitre. Come interpreta oggi il concetto di
formazione permanente e quale valore culturale ritiene apporti alla comunità?
«Per me è stata una bellissima esperienza… socializziamo tantissimo, perché sappiamo per sé che
abbiamo bisogno di comunicare. Entrare in contatto con gli altri è fondamentale: la comunicazione
vera non può limitarsi ai telefonini o ai social. Unitre ci offre l’opportunità di coltivare la mente e di
mantenere vivi i legami sociali, attraverso corsi, dibattiti, proiezioni di film e attività culturali.»
In che modo Unitre contribuisce alla trasmissione della memoria storica e dei saperi locali nella
società contemporanea?
«È molto semplice. Pur essendo un’associazione che abbraccia tutte le età, ci troviamo
principalmente con persone anziane, custodi di esperienze e conoscenze che altrimenti
rischierebbero di andare perdute. Noi chiamiamo questo luogo “Università delle Tre Età”: è uno
spazio di socializzazione aperto a tutti, senza distinzioni di sesso, orientamento sessuale, nazionalità
o religione. Anche se ci appoggiamo alla parrocchia dell’Immacolata, un convento francescano, la
partecipazione è aperta a tutti, atei compresi.»
Unitre è dunque anche un luogo di socialità, oltre che di formazione. Può fare qualche esempio
concreto?
«Certamente. Oggi, ad esempio, abbiamo rivisto un film del 1974 di Luchino Visconti, che racconta
le dinamiche familiari e sociali di allora. Dopo la visione, ne abbiamo discusso e confrontato i temi
con il presente. Non è cambiato nulla: droghe, discriminazioni, questioni sociali erano già presenti e
ancora oggi richiedono attenzione.»
Quale ruolo può avere Unitre nella promozione della cittadinanza attiva, della cultura e della
legalità, soprattutto in territori complessi come quello campano?
«Ecco, perfettamente. La nostra educazione si estende anche ai consigli per i giovani e i nostri
nipoti, analizzando gli errori del passato e cercando di colmare le lacune educative. Abbiamo anche
una psicologa che ci supporta nell’interpretare i bisogni dei ragazzi, in un contesto dove spesso lo
Stato manca e la criminalità influisce sulle scelte di vita. Non giustifichiamo chi compie reati, ma
dobbiamo comprendere il contesto e offrire strumenti di orientamento e supporto.»
Viviamo in un’epoca dominata dalla tecnologia e dai social. Come può l’associazione mantenere
la propria identità culturale e stimolare un approccio critico e riflessivo?
«Ci fondiamo sul confronto e sul dialogo. Guardiamo film d’epoca, leggiamo testi classici, ma non
ci chiudiamo al presente: possiamo anche ridere con i cinepanettoni. L’importante è confrontare lasocietà di ieri con quella di oggi, stimolando riflessione critica e discussione. I giovani hanno
bisogno di aiuto, di guide, di psicologi nelle scuole, di educatori. La nostra attività punta proprio a
colmare questi vuoti.»
Guardando al futuro, quali iniziative crede siano necessarie per rendere Unitre un punto di
riferimento ancora più incisivo, soprattutto per le nuove generazioni?
«La scuola deve diventare un luogo di sostegno continuo: educazione civica, psicologia,
accompagnamento dei giovani nella vita quotidiana. Noi, anche con la nostra età, dobbiamo parlare,
consigliare, essere presenti nelle famiglie, nelle associazioni, nelle strade. Anche se siamo “rami
secchi”, come dico talvolta, possiamo continuare a vibrare e a trasmettere valori.»
In un’epoca di frammentazione sociale e culturale, la testimonianza di Lucia Cerullo ci ricorda che
la vera educazione non si misura solo in nozioni, ma nella capacità di unire, guidare e sostenere le
generazioni che verranno. Unitre, grazie a figure come la sua, resta un luogo di incontro dove la
conoscenza diventa strumento di coesione e la cultura, atto di amore verso la comunità.
Tempo di lettura: 3 minuti
2026-04-08

