– La struttura di vico Santa Margherita a Fonseca è operativa da alcuni mesi: mediazione tra autore e vittima, dialoghi riparativi e percorsi che coinvolgono famiglie e comunità, nel rispetto della volontarietà e della riservatezza
– Il progetto nasce dalla co-progettazione tra Comune di Napoli e Ats Tarita/Don Calabria. La presentazione a Palazzo San Giacomo con il sindaco Gaetano Manfredi e l’assessora Chiara Marciani: previste iniziative anche negli istituti penitenziari del territorio
Napoli/Caserta (Redazione) – Non cancellare il reato, né sostituire la responsabilità con una scorciatoia, ma provare a ricomporre ciò che il reato ha spezzato. È dentro questa prospettiva che prende forma a Napoli il primo Centro per la Giustizia Riparativa del Distretto della Corte d’Appello, una struttura chiamata a introdurre concretamente sul territorio un diverso spazio di confronto tra autore, vittima e comunità.
Il Centro ha sede in vico Santa Margherita a Fonseca ed è già operativo da alcuni mesi.
Sono 22 i casi finora presi in carico, primo dato concreto di un’attività destinata ad ampliarsi progressivamente nell’ambito della rete nazionale delineata dalla Riforma Cartabia.
Il progetto è stato presentato questa mattina, lunedì 7 settembre, alle 9.30 nella Sala Giunta di Palazzo San Giacomo dal sindaco Gaetano Manfredi e dall’assessora Chiara Marciani.
La struttura nasce da un percorso di co-progettazione sviluppato tra il Comune di Napoli e Ats Tarita/Don Calabria e rappresenta un servizio pubblico dedicato ai programmi di giustizia riparativa.
La distinzione è sostanziale: il Centro non è un nuovo tribunale e non sostituisce gli organi chiamati ad accertare responsabilità e applicare la legge.
La sua funzione si colloca su un piano differente, offrendo percorsi di mediazione tra autore e vittima, dialoghi riparativi e attività capaci di coinvolgere, laddove previsto e possibile, anche famiglie e comunità.
Al centro viene posta la frattura prodotta dal reato.
La giustizia riparativa prova infatti ad affiancare alla dimensione propriamente giudiziaria uno spazio nel quale possano trovare ascolto le conseguenze personali e sociali dell’illecito, attraverso un confronto strutturato e condotto secondo precise garanzie.
Elementi fondamentali sono la partecipazione volontaria e la riservatezza.
Non si tratta, dunque, di imporre una riconciliazione né di ridimensionare la gravità di quanto accaduto. L’obiettivo è offrire alle persone coinvolte la possibilità di intraprendere un percorso nel quale riconoscere il danno, confrontarsi sulle sue conseguenze e, ove ne esistano le condizioni, costruire forme di riparazione.
Napoli rientra tra i 29 Comuni italiani individuati dal Ministero della Giustizia per dare avvio alla rete nazionale prevista dalla Riforma Cartabia.
L’apertura del Centro assume pertanto una rilevanza che supera i confini cittadini e interessa l’intero Distretto della Corte d’Appello, inserendosi nel processo di progressiva costruzione del nuovo sistema.
I 22 casi già presi in carico rappresentano il punto di partenza di un’attività che nei prossimi mesi dovrebbe estendersi ulteriormente.
Sono infatti previste iniziative di sensibilizzazione per far conoscere strumenti e finalità della giustizia riparativa, insieme a interventi capillari negli istituti penitenziari del territorio.
Proprio il rapporto con il carcere costituisce uno degli ambiti più significativi del progetto.
La pena conserva la propria funzione e il procedimento giudiziario segue le regole stabilite dall’ordinamento, ma accanto alla dimensione sanzionatoria può aprirsi uno spazio diverso: quello della responsabilizzazione, dell’ascolto della vittima e della comprensione delle conseguenze provocate dal reato.
È qui che la giustizia riparativa misura la propria ambizione più difficile.
Non promette di cancellare il conflitto e non pretende che ogni ferita possa essere ricomposta. Offre, invece, una possibilità ulteriore all’interno del sistema: trasformare almeno una parte della distanza prodotta dal reato in consapevolezza, responsabilità e dialogo.
Con il Centro di vico Santa Margherita a Fonseca questa prospettiva entra ora nella sua fase operativa nel Distretto napoletano.
Ventidue casi sono ancora un numero contenuto, ma rappresentano altrettante esperienze attraverso le quali verificare concretamente l’efficacia del nuovo modello.
La sfida sarà comprendere quanto questo strumento riuscirà a radicarsi nei territori, dialogare con tribunali e istituti penitenziari e soprattutto restituire centralità alle persone coinvolte.
Perché amministrare giustizia significa accertare i fatti, individuare le responsabilità e applicare le conseguenze previste dalla legge. Ma, dove esistono le condizioni e la libera volontà delle parti, può significare anche tentare di ricucire ciò che una sentenza, da sola, non sempre riesce a riparare.

