– Al maxiprocesso per i pestaggi del 6 aprile 2020, l’avvocato Luca Tornatora contesta l’attendibilità di alcune testimonianze e richiama le immagini delle telecamere di sorveglianza: secondo il legale, i video non mostrerebbero la commissaria mentre impugna un manganello. Per l’imputata la Procura ha chiesto dodici anni di reclusione
– Nell’arringa difensiva il riferimento all’esposizione mediatica della vicenda e alla possibilità che alcuni detenuti abbiano confuso la funzionaria con altre agenti. La difesa sostiene inoltre che Costanzo avrebbe cercato di fermare le violenze in almeno tre circostanze e chiede la piena assoluzione. Saranno i giudici della Corte d’Assise a valutare le prove e le differenti ricostruzioni
Santa Maria Capua Vetere (Redazione) – Il clamore mediatico suscitato dalle immagini dei pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere avrebbe influenzato le testimonianze di alcuni detenuti, determinando possibili errori nell’identificazione della funzionaria accusata di aver partecipato alle violenze. È la tesi sostenuta dall’avvocato Luca Tornatora, difensore della commissaria della Polizia penitenziaria Anna Rita Costanzo, nel corso della propria arringa al maxiprocesso per i fatti avvenuti il 6 aprile 2020 nell’istituto penitenziario casertano.
Una ricostruzione che punta a mettere in discussione alcuni degli elementi utilizzati dall’accusa per sostenere le responsabilità dell’imputata, nei confronti della quale la Procura di Santa Maria Capua Vetere ha chiesto una condanna a dodici anni di reclusione.
Il legale, al contrario, ha invocato la piena assoluzione della propria assistita, contestando sia l’interpretazione delle dichiarazioni rese dalle persone offese sia il significato attribuito a determinati comportamenti della funzionaria durante le operazioni svolte nel reparto Nilo.
La nuova fase dibattimentale si inserisce in uno dei procedimenti giudiziari più rilevanti degli ultimi anni per quanto riguarda la gestione degli istituti penitenziari e il rispetto dei diritti fondamentali delle persone detenute.
Il processo riguarda le violenze contestate a seguito della perquisizione straordinaria effettuata il 6 aprile 2020 nel carcere «Francesco Uccella» di Santa Maria Capua Vetere, durante il periodo di emergenza sanitaria determinato dalla pandemia di Covid-19.
Una giornata rimasta al centro dell’attenzione nazionale dopo la diffusione delle immagini registrate dalle telecamere interne della struttura, nelle quali erano documentati numerosi episodi di aggressione ai danni dei detenuti.
Il procedimento ordinario coinvolge 105 imputati, tra appartenenti alla Polizia penitenziaria, funzionari dell’amministrazione carceraria e personale sanitario dell’Asl, chiamati a rispondere, a vario titolo, delle condotte contestate dalla magistratura.
Tra le figure coinvolte compare Anna Rita Costanzo, all’epoca responsabile del reparto Nilo, dove si svolse la perquisizione straordinaria che, secondo la ricostruzione accusatoria, degenerò in una serie di violenze nei confronti dei detenuti.
La posizione della commissaria è particolarmente delicata per il ruolo di responsabilità ricoperto all’interno del reparto.
La Procura le contesta diversi reati, tra i quali tortura e depistaggio, ritenendo che debba rispondere delle condotte attribuitele nell’ambito della vicenda.
La difesa, tuttavia, propone una lettura differente delle prove acquisite e delle testimonianze raccolte durante il dibattimento.
Secondo l’avvocato Luca Tornatora, la forte esposizione mediatica del caso avrebbe inciso sulla percezione degli eventi da parte di alcune persone offese, favorendo una sovrapposizione tra il ricordo diretto dei fatti e le immagini successivamente divenute di dominio pubblico.
Il legale ha parlato di una possibile influenza della narrazione mediatica sulle deposizioni, sostenendo che alcuni testimoni avrebbero incontrato difficoltà nel distinguere ciò che avevano realmente osservato dalle informazioni conosciute in un momento successivo.
Una tesi difensiva che non equivale, naturalmente, a un accertamento sull’inattendibilità dei detenuti ascoltati, ma costituisce uno degli argomenti sottoposti alla valutazione della Corte d’Assise.
Il difensore ha richiamato, a questo proposito, la grande attenzione giornalistica che accompagnò la diffusione delle immagini relative ai pestaggi.
Un’esposizione particolarmente intensa che, secondo quanto riferito nel corso dell’arringa, avrebbe coinvolto anche direttamente la funzionaria, con la presenza di giornalisti all’esterno della palestra da lei frequentata.
Proprio la notorietà acquisita dal volto della commissaria rappresenterebbe, nella prospettazione difensiva, un elemento da considerare quando si valutano le dichiarazioni di quanti hanno affermato di averla riconosciuta durante le aggressioni.
Uno degli aspetti centrali dell’intervento ha riguardato l’utilizzo dei filmati provenienti dagli impianti di videosorveglianza dell’istituto.
Alcuni detenuti, nel corso delle testimonianze, avrebbero dichiarato di aver visto Anna Rita Costanzo nelle sale comuni del reparto Nilo mentre colpiva i reclusi con un manganello.
L’avvocato Luca Tornatora ha però sostenuto che le immagini esaminate non mostrerebbero la sua assistita mentre impugna quell’arma.
Secondo il difensore, nei filmati comparirebbero invece altre agenti donne con manganelli, circostanza che potrebbe aver favorito un errore di identificazione da parte di alcuni detenuti.
Questi ultimi, conoscendo la commissaria per i frequenti rapporti legati alla vita quotidiana del reparto, potrebbero averne associato la figura alle immagini e ai racconti successivamente circolati.
È una delle ipotesi attraverso le quali la difesa tenta di spiegare le eventuali discrepanze tra le deposizioni testimoniali e ciò che, a suo giudizio, emerge dalla documentazione audiovisiva.
Il valore probatorio delle immagini rimane comunque affidato all’esame complessivo dei giudici, chiamati a confrontare i filmati con le dichiarazioni delle persone offese e con gli altri elementi acquisiti nel procedimento.
La questione è particolarmente significativa perché proprio le registrazioni delle telecamere interne hanno rappresentato, fin dalle prime fasi dell’inchiesta, uno degli elementi fondamentali nella ricostruzione delle violenze.
Durante la requisitoria della Procura, i pubblici ministeri avevano richiamato l’importanza dei filmati per documentare materialmente le condotte contestate, sostenendo che le immagini consentissero non soltanto di confermare numerose testimonianze, ma anche di precisare o correggere alcune ricostruzioni dei fatti.
È quindi sull’interpretazione di un patrimonio probatorio particolarmente articolato che si confrontano, in questa fase, le posizioni dell’accusa e della difesa.
Un ulteriore elemento affrontato dall’avvocato Luca Tornatora riguarda l’atteggiamento che la commissaria avrebbe mantenuto durante le violenze.
Il legale ha richiamato le dichiarazioni di alcune persone offese che, nel corso del processo, avrebbero riferito di aver sentito la funzionaria invitare gli agenti a interrompere le aggressioni.
Secondo la ricostruzione illustrata dalla difesa, episodi di questo genere sarebbero stati riferiti in almeno tre circostanze differenti.
Un dato che il difensore considera rilevante per contestare l’elemento soggettivo dei reati attribuiti alla propria assistita.
Nella prospettazione difensiva, infatti, l’eventuale intervento della funzionaria per fermare le percosse sarebbe incompatibile con l’intenzione di partecipare consapevolmente alle violenze o di favorirne la prosecuzione.
Si tratta di un argomento che dovrà essere valutato anche alla luce della posizione di responsabilità ricoperta dalla commissaria e degli obblighi connessi alle sue funzioni.
La valutazione giudiziaria non riguarderà dunque soltanto l’eventuale partecipazione materiale alle aggressioni, ma anche le condotte complessivamente attribuite all’imputata, secondo le contestazioni formulate dalla Procura.
Nel corso dell’arringa, il legale si è rivolto direttamente ai giudici popolari, chiedendo loro di esaminare la vicenda senza lasciarsi condizionare dalla grande attenzione pubblica che continua ad accompagnare il processo.
Un richiamo al principio secondo il quale la responsabilità penale deve essere accertata esclusivamente attraverso le prove ritualmente acquisite, indipendentemente dalla risonanza mediatica degli avvenimenti.
Il procedimento per le violenze nel carcere sammaritano, del resto, presenta una particolare complessità proprio per il numero degli imputati, delle persone offese e degli episodi da esaminare.
La ricostruzione giudiziaria prende avvio dalla perquisizione straordinaria del 6 aprile 2020, organizzata in un momento segnato da forti tensioni all’interno degli istituti penitenziari, legate anche alle preoccupazioni per la diffusione del coronavirus.
Secondo l’impostazione accusatoria, l’operazione avrebbe dato luogo a una sistematica serie di aggressioni, percosse e umiliazioni nei confronti di numerosi detenuti del reparto Nilo.
Le immagini registrate dalle telecamere interne mostrarono comportamenti che provocarono una forte reazione nell’opinione pubblica e determinarono l’avvio di una complessa attività investigativa.
Nel luglio 2026, al termine della requisitoria, la Procura ha formulato richieste di condanna per complessivi 766 anni di reclusione nei confronti di 102 imputati, avanzando pene particolarmente elevate per alcune figure ritenute centrali nell’organizzazione e nello svolgimento delle operazioni.
Per Anna Rita Costanzo, la richiesta è stata di dodici anni di carcere.
È proprio su questa posizione che si concentra l’arringa dell’avvocato Luca Tornatora, impegnato a sostenere l’assenza di elementi sufficienti per una pronuncia di condanna.
Il confronto processuale si sviluppa quindi attorno a questioni decisive: l’identificazione delle persone presenti nei filmati, la corrispondenza tra immagini e testimonianze, il ruolo concretamente svolto dai funzionari e la valutazione delle condotte individuali.
Aspetti che assumono un’importanza particolare in un procedimento nel quale le responsabilità devono essere valutate singolarmente, senza sovrapporre automaticamente le posizioni dei diversi imputati.
La difesa della commissaria sostiene che il clamore mediatico abbia contribuito a generare confusione nell’identificazione della sua assistita e che alcune testimonianze dimostrerebbero, al contrario, la volontà della funzionaria di interrompere le aggressioni.
La Procura ha invece formulato una richiesta di condanna fondata sulla propria ricostruzione delle responsabilità emerse nel corso del dibattimento.
Spetterà alla Corte d’Assise stabilire quale interpretazione trovi riscontro nelle prove e se gli elementi raccolti consentano di affermare la responsabilità penale dell’imputata oltre ogni ragionevole dubbio.
La vicenda di Santa Maria Capua Vetere continua così a interrogare il sistema penitenziario italiano sul rapporto tra esercizio dell’autorità, tutela dei diritti fondamentali e responsabilità individuali.
Una questione che non può prescindere dal rispetto delle garanzie processuali riconosciute a ogni imputato, così come dal diritto delle persone detenute a vedere accertati i fatti e le eventuali responsabilità per le violenze subite.
Il processo dovrà fornire risposte attraverso l’esame rigoroso delle prove, distinguendo il giudizio sulle singole condotte dalla dimensione collettiva di una vicenda che ha profondamente segnato l’opinione pubblica.
La gravità dei fatti contestati rende ancora più necessario un accertamento preciso, capace di attribuire a ciascuno esclusivamente le responsabilità che risultino effettivamente dimostrate.
In questa distinzione, tra ricostruzione dei fatti, tutela delle vittime e presunzione di innocenza, si misura il compito della giustizia chiamata a pronunciarsi su una delle pagine più controverse della storia penitenziaria recente.

